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Alberto La Rocca

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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Alberto La Rocca
Medaglia d'Oro al valor militare

Un arco di tempo di oltre dieci lustri è spesso più che sufficiente per ammantare d'oblio qualsiasi avvenimento per grande che sia stato.

Qualche volta, però, l'inesorabile, crudele legge degli anni viene sconvolta e sconfitta da misteriosi impulsi dello spirito che, così d'improvviso, senza apparente giustificazione, spingono gli esseri umani a riaprire il libro del passato e - fra tante pagine tragiche, dolorose, fulgidissime - a sceglierne una per rileggerla con rinnovata attenzione, per meditarla nel pianto, per esaltarla nel ricordo rinverdito, per imporla all'ammirazione degli immemori e degli ignari.

Ho provato a chiedere, qua e là, ai miei concittadini - ed in particolare ai giovani - notizie precise e dettagliate su Alberto La Rocca, l'eroico carabiniere sorano medaglia d'oro al valor militare.

Con un pizzico di fastidioso rammarico, ho dovuto constatare che molti, se non proprio tutti, non conoscono i particolari del luminoso episodio, qualcuno allude ad un imprecisato atto di eroismo, i più informati riferiscono genericamente che «offrì la sua giovane vita per salvare altri», oppure concordano, sia pure attraverso versioni contrastanti, nel definire la vicenda esemplare manifestazione di coraggio, sublime sacrificio, gloriosa azione.

Chi è sensibile a tutto ciò che riguarda Sora ed i sorani, non può esimersi dall'improrogabile dovere di rievocare una impresa eccezionale della Resistenza che ebbe a protagonista un figlio autentico della nostra terra.

Alberto La Rocca, nacque a Sora il 30 gennaio 1924 e visse gli anni dell'adolescenza e della prima giovinezza nel calore e nella monotonia di una famiglia numerosa, modesta, laboriosa.

Poco più che ventenne, nel periodo più tormentato e difficile del secondo conflitto mondiale, indossata la divisa di carabiniere, fu destinato a Fiesole, la ridente, nobile, antichissima cittadina toscana, immensa veranda naturale spalancata sullo splendido panorama di Firenze.

Qui, nella piccola stazione dell'Arma, i giorni trascorrevano quasi sereni, sebbene tutt'intorno non mancassero segni del progressivo avvicinarsi del fronte bellico e un po' dovunque corressero voci sempre più insistenti sulla crescente attività dei partigiani già pronti, smaniosi, addirittura frementi di scendere in campo per anticipare la tanto sospirata liberazione dall'occupazione nazista.

L' 11 agosto 1944, Alberto La Rocca, insieme ad altri due commilitoni Vittorio Marandola di Cervaro e Fulvio Sbarretti di Nocera Umbra, indossò abiti civili e, abbandonata la caserma, si rifugiò in un luogo sicuro in attesa di unirsi - in ottemperanza a segreti ordini ricevuti - alle brigate partigiane già insorte contro l'invasore straniero.

Durante la notte qualcuno, quasi certamente un sacerdote, cercò disperatamente i tre carabinieri, triste e sconsolato messaggero di una tremenda, drammatica, sconvolgente notizia: dieci fiesolani sarebbero stati fucilati se non si fossero presentati immediatamente al comando germanico.

Il giorno dopo, 12 agosto 1944, al calar della sera, il plotone di esecuzione tedesco, invece di dieci innocenti ostaggi, si trovò di fronte tre soldati, tre figli della generosa terra di Ciociaria e d'Umbria, fieri, orgogliosi, votati all'estremo sacrificio pur di impedire la crudele rappresaglia.

L'istinto di conservazione, l'angoscia della morte, la consapevolezza della salvezza ormai a portata di mano, il pensiero struggente dei familiari lontani, l'allettante speranza di un futuro ancora tutto da scoprire, le lusinghe di tanti possibili, naturali compromessi non bastarono a soffocare nei magnifici tre l'impeto di umanità e di carità, a compromettere la lucida determinazione che li guidò nella tremenda scelta, ad incrinare il loro altissimo senso del dovere e la loro fedeltà al giuramento prestato.

Ai tre eroici martiri, Vittorio Marandola, 22 anni, Fulvio Sbarretti, 21 anni, Alberto La Rocca, 20 anni, la Patria ha dato la medaglia d'oro al valor militare con la seguente motivazione: «Pienamente consapevoli della sorte che li attendeva, serenamente e senza titubanza la subirono perché dieci innocenti avessero salva la vita. Affrontavano con stoicismo il plotone di esecuzione tedesco e al grido di Viva l'Italia pagavano con la loro vita il sublime atto di altruismo».

Ai tre valorosi anche Fiesole ha voluto dedicare, nel ventunesimo anniversario dell'olocausto, uno straordinario, significativo monumento svettante sul costone del Colle S. Francesco all'ombra verde di bellissimi, austeri lecci, circondato da vigorosi ulivi le cui foglie d'argento sembrano ricordare gli alamari della gloriosa divisa dei carabinieri.

Chi scrive, pochi giorni fa, con un fremito di autentica commozione, ha avuto modo di sostare lungamente davanti alla mastodontica composizione in bronzo, alta quattro metri, realizzata dall'artista Marcello Giusti.

A prima vista l'opera suscita un'istintiva ammirazione subito pervasa da un vago senso di perplessità.

Pian piano, poi, con il soccorso della breve ma eloquente epigrafe: «Alla fiamma dell'Arma attinsero forza e fede per essere fiamma di umanità e di giustizia» si scopre e si gusta in pieno l'intima allegoria, la vigorosa efficacia espressiva di quella enorme tenaglia - simbolo di sopraffazione, di violenza, di tirannia - che inutilmente cerca di stringere la fiamma - emblema dei carabinieri e simbolo dell'amore, della giustizia, dell'ideale - che prorompe e si espande dall'interno della stessa come un inno di vittoria del bene sul male, un messaggio inequivocabile di prevalenza dello spirito sulla materia. Alberto La Rocca, il nostro eroico concittadino, morendo per la libertà, ci ha indicato una strada da seguire, ci ha lasciato un esempio da imitare, ci ha dato una lezione indimenticabile, ha scritto col sangue un monito che non può, né deve rimanere inascoltato.

Noi tutti, e specialmente le nuove generazioni, cerchiamo di esserne degni e soprattutto comportiamoci in modo che il suo sacrificio non risulti vano.
Sora tutta mantenga finalmente le promesse più volte formulate, ridando vita al già programmato comitato che dovrà provvedere ad erigere all'illustre figlio un degno monumento che sia testimonianza di gratitudine, attestato d'amore, prova tangibile di ricordo perenne.


Il monumento ad “Alberto La Rocca” a Sora – Caserma dei Carabinieri

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