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Buzzeo

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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Buzzeo

Buzzeo fu «poeta», «filosofo» e... povero.

La fantasia popolare lo aveva consacrato «poeta» per via di quel suo leggere e rileggere, ininterrottamente e per tanti anni, La Divina Commedia, al punto di fissarla tutta intera nella memoria e di saperne recitare ogni verso con prodigiosa fedeltà.

Egli stesso, più modestamente, amava definirsi un «filosofo», «una brutta copia» del famoso Diogene, impegnato quotidianamente nel difficile compito di capire perché mai gli uomini, da un giorno all'altro, si fossero messi a correre così precipitosamente, ossessionato ogni minuto dall'irresistibile tentazione di comandare l'alt, di imporre un solo attimo di tregua per chiedere a tutti «dove stessero andando e cosa volessero».

In quanto alla povertà non era stato un problema acquisirla e, poiché gli si era abbarbicata addosso con estrema facilità e dava mille segni di non volerlo abbandonare, in fondo al cuore, sebbene inconsciamente, ne provava come un indefinibile senso di soddisfazione se non addirittura di gioia.

Piccolo e trasandato, una bella anche se non folta chioma bianca, tirata indietro come per lasciare scoperta la fronte ampia solcata da profondissime rughe, la testa appena appena tremolante quasi sepolta fra due spallucce cadenti, un volto scavato dall'aria cupa altera dolente, due occhi di fuoco acuti penetranti intelligenti, una bocca priva di denti con il labbro inferiore sempre più rovesciato all'in giù, capace di ostinati, lunghissimi silenzi e, nel contempo, pronta, nei momenti di luna buona, a sgranare senza sosta interi canti dell'Inferno dantesco per il quale mostrava una spiccata predilezione rispetto al Purgatorio ed al Paradiso.



Buzzeo rappresentò un esempio vivente di amore alla letture senza volerlo, fu un veicolo di cultura.

Durante il suo eterno peregrinare per le vie di Sora, non rivolgeva, mai per primo, la parola agli altri.
Si cercava posti appartati, sospettoso, guardingo, geloso, della sua solitudine per leggere voracemente qualunque scritto gli capitasse a portata di mano.
A suo modo fu anche un bonario, innocuo contestatore.
Discendeva da una discreta famiglia, vantava un passato di onesto e decoroso lavoro, perciò disdegnava e rifiutava, caparbiamente, con ostentato orgoglio, ogni offerta di aiuto proveniente da benefattori tanto ricchi quanto incauti e perfino da alcuni parenti benestanti.



Qualche volta pensava a voce forte ed allora, sull'onda dei ricordi, accennava a certe cocenti delusioni ingiustamente patite in gioventù, elencava dolorose esperienze vissute nella maturità e naturalmente finiva col ringraziare il Padreterno «a faccia per terra cento volte» per la... felice condizione in cui si era venuto a trovare nella vecchiaia.

Tutti, in fondo, gli volevano bene, gli portavano rispetto ed anche i «cuccioni», per istinto destinati a non risparmiare nessuno, lo consideravano una specie di santone, un mago della poesia e ne subivano il fascino tanto da rimanere per ore, seduti in cerchio attorno a lui, immobili, estasiati, a bocca aperta, ad ascoltare - spesso senza neppure capirli - i meravigliosi versi del poema dantesco, che con birichina insolenza, chiamavano « La Divina Caciara ».

Era impossibile sapere da Buzzeo la sua vera età e, di solito, alla irriguardosa insistenza dei curiosi, contrapponeva un mesto sorriso ed un significativo gesto della mano come a voler dire di aver perso il conto chissà da quanto tempo.
Le popolane, dal cuore grande così, erano particolarmente gentili con lui, lo accudivano - previo suo benestare - con slancio generoso e, per quanto possibile, gli rendevano piccoli servigi.

In fondo all'anima, però, involontariamente, al solo vederlo provavano un misterioso timore, un vago senso di paura, forse perché non riuscivano mai a dimenticare il modo con cui urlava la tremenda maledizione di Caronte e soprattutto la incisiva, icastica, eloquente mimica con la quale declamava il drammatico episodio del Conte Ugolino.
Le «uaglione» innamorate e, ancor più, le zitelle romantiche sognatrici intristite nella vana attesa di un marito, soffrivano con lui, versando qualche furtiva lacrima, la struggente storia di Paolo e Francesca.

Certi vecchi, saccenti e «pelota», invidiosi della sua popolarità si erano dedicati, in gran segreto, allo studio della Divina Commedia, convinti di cimentarsi con lui nel giro di qualche settimana, ma, alla fine, delusi sconfitti avevano rinunciato restituendo intatte al «maestro» la meritata fama di fine dicitore e la gloria di «unico», inimitabile interprete dei versi danteschi.

Buzzeo aveva un suo piccolo segreto.

Nelle belle giornate di sole si recava spesso al Santuario della Madonna delle Grazie, percorrendo la ripida, lunghissima scalinata di pietra viva in maniera strana e singolare. Saliva i grigi scalini, uno alla volta, stando seduto e via via, per penitenza, strappava con le mani ossute gli arbusti, le erbacce, i «fiori pazzi» mormorando preghiere o forse ripassando i passi più difficili del Paradiso.

Con l'andar del tempo, molti spiritosi, così per burla e tanto per riderci sopra, cominciarono a chiedergli quale sorte fosse loro riservata nell'aldilà per questo o quel peccato di cui si erano macchiati.

Buzzeo in principio se ne mostrò offeso, poi piano piano, quasi per naturale rivalsa prese l'abitudine -alla lunga scomoda e molesta per molti- di segnare a dito i passanti, «scoprendo gli altarini» a tutti, stigmatizzando gli errori le debolezze, i difetti di ciascuno, infliggendo, senza pietà, pene e castighi eterni.
Per questa nuova vocazione fu innalzato al rango di «confessore» segreto, di «giudice» inflessibile e severo...

I più furbi e prudenti, tuttavia, al fine di evitare il giudizio pubblico con relativa condanna gridata coram populo, preferirono accostarsi a lui, furtivamente, con compunzione ed atteggiamento sottomesso -pronto però a mutarsi in smodata esplosione di ilarità al solo apparire di occhi indiscreti- per confessare i propri peccati, conoscere il girone di spettanza, ascoltare, con malcelato fastidio, certe tremende, spaventose, incredibili sentenze.

Un giorno, mentre percorreva lentamente Via Cittadella, a«Cancéglie», si scatenò, d'improvviso, un furioso temporale.
Un vento impetuoso e bizzarro passò sibilando nei vicoli angusti, spalancò con rabbiosa violenza porte e finestre, cambiò, più volte, repentinamente, direzione creando nella piazzetta di San Giovanni un vorticoso turbine di polvere, cartaccia e barattoli vuoti.
Una pesante coltre di nubi, gonfie e nerissime, oscurò il cielo, abbassandosi a lambire i tetti delle case.
Un tuono solo, fragoroso interminabile eterno, preceduto e seguito da lampi accecanti, rotolò fin sulle teste delle donne che non facevano più in tempo a segnarsi la fronte, mentre spingevano in casa i piccoli «cuccioni» scalzi, seminudi e... restii ad interrompere le geniali «pazzie».
L'immenso, vecchissimo portone di casa Branca si aprì e chiuse tre volte con un sordo, prolungato rimbombo più forte del tuono.
Buzzeo, in mezzo alla strada, noncurante della pioggia torrenziale che gli penetrava nelle ossa, reso quasi cieco dall'acqua e dai capelli sparsi sul volto, tenendo alzato il bastone come una spada, gambe divaricate e petto in fuori, gridò con voce roca tremante incerta e tuttavia mutevole tanto da divenire, all'occorrenza, ora dolce e suadente ora aspra e dura: «ecco, così è l'inferno!... pentitevi dei vostri peccati!... disprezzate il denaro!... guai a voi, anime prave! non isperate giammai veder lo cielo! io vegno per menarvi all'altra riva, nelle tenebre eterne, in caldo e in gelo».

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