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Cazzitte

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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Cazzitte

«Iamme a chi tè' la carta!!».

Il richiamo, emesso con una curiosa voce a volte roca, a volte invece stridula, tradiva sempre lo stato d'animo dell'autore.

Allegro e festoso quando gli... affari andavano bene; stanco, sommesso, accorato allorché -e capitava piuttosto spesso- era di cattivo umore.

Francesco Mosticone per l'anagrafe e per pochissime persone, non più di due.
Per tutti gli altri «Cazzitte pallone», soprannome tanto geniale quanto crudele, per via del primo, pesante, immeritato sgarbo di madre natura, che lo aveva voluto, senza dubbio, uomo, ma con un di troppo là dove sarebbe bastato poco e un di meno, quasi niente, dove, invece, ci sarebbe voluto un di più.

Procedeva sempre lentamente, con passo senza rumore, strascicando enormi piedi nudi, piatti, poderosamente protetti da un'antica callosità spessa quasi quattro centimetri; portando sulle spalle curve un vecchio sacco, tutto buchi, nel quale ammassava la carta vecchia che raccoglieva per le strade.

I "cuccioni" di "Cancéglie" (compreso chi scrive), che lo consideravano una specie di befana alla rovescia, gli volevano certamente bene, tuttavia, «malandrini» nati, inventavano proprio per lui scherzi sempre nuovi, imprevedibili, di dubbio gusto. Ora gli si avvicinavano furtivamente per accendere la carta che fuoriusciva dal sacco; ora afferrando un lembo di questo, lo costringevano a girare, chissà quante volte vorticosamente su se stesso fino a farlo sembrare un ubriaco; ora lo frastornavano contrapponendo al suo solito, monotono richiamo un puntuale, assordante, «Cazzitte pallò, uà a fatia lazzarò!!!».

Malgrado tutto, si sentiva libero e contento quel tanto che basta.

"Cancéglie" era il suo mondo. L'abate di San Silvestro la sua famiglia. Le soglie delle case il suo salotto. La pedana della sacrestia il suo letto. I "cuccioni" la sua croce, ma anche la sua delizia.

Proprio con questi, infatti, sebbene vittima designata e bersaglio preferito dei loro lazzi, amava conversare, rimproverandoli paternamente, una volta passata la bufera, severissimo soltanto quando osavano mangiare in chiesa... senza farlo favorire.

In fondo era un povero... ricco di dignità ed esigente: non accettava mai solo pane, anche se il companatico preteso non andava al di là di una fetta di rinfrescante lardo.

Una volta fece il suo ingresso in una casa di «signori» proprio mentre la serva si accingeva a ripulire il pavimento dai resti di due uova appena cadute.
L'ordine di "Cazzitte" fu perentorio: «fermi tutti e via la scopa!».
Si mise a pancia a terra e -dopo aver meticolosamente eliminato i due gusci- aspirò con sibilante ingordigia tuorli ed albume, infine, leccandosi le labbra, si levò in piedi.
La padrona di casa, che interdetta lo aveva seguito nella rapida operazione, non potendo nascondere un crescente senso di disgusto, col naso aggricciato e voce arcigna, esclamò: «"Cazzetto", ma è sporco là per terra!!».
Egli, allora, tutto confuso, implorando pazienza con il gesto della mano, si gettò di nuovo giù e con la lingua ramazzò ben bene il pavimento e poi... trionfante: «Segnò nen te lamentà, ca mo' è propria pelite!!».



Il più grande avvenimento della tribolata vita di "Cazzitte" si verificò quando l'abate lo portò a visitare il lontanissimo Santuario di Loreto.
Viaggiò per la prima volta in treno, come in sogno e senza sedersi mai; si fece fotografare appollaiato sopra un cannone in un atteggiamento di insospettata fierezza; vide, estasiato ed impaurito, «un fiume grande così», che gli altri - certamente per prenderlo in giro come sempre si ostinavano a chiamare mare.
Per quell'avventura, che sarebbe rimasta unica, si lasciò perfino convincere a calzare per la prima e l'ultima volta, un bel paio di scarpe di pezza bianca.
In seguito, non si stancò mai di raccontare a tutti la bella storia rievocandone i più minuziosi particolari, ma omettendo con cura di dire che quelle maledette scarpe le aveva quasi sempre tenute strette in una mano, come una valigia, e che le aveva messe, rispettosamente, solo al momento di inginocchiarsi, tremante, dinanzi all'altare della bella Madonna Nera.
«Iamme a chi tè' la carta!!».
Il richiamo, emesso con una curiosa voce a volte roca, a volte invece stridula, tradiva sempre lo stato d'animo dell'autore.
Allegro e festoso quando gli... affari andavano bene; stanco, sommesso, accorato allorché -e capitava piuttosto spesso- era di cattivo umore.
Francesco Mosticone per l'anagrafe e per pochissime persone, non più di due.
Per tutti gli altri «Cazzitte pallone», soprannome tanto geniale quanto crudele, per via del primo, pesante, immeritato sgarbo di madre natura, che lo aveva voluto, senza dubbio, uomo, ma con un di troppo là dove sarebbe bastato poco e un di meno, quasi niente, dove, invece, ci sarebbe voluto un di più.
Procedeva sempre lentamente, con passo senza rumore, strascicando enormi piedi nudi, piatti, poderosamente protetti da un'antica callosità spessa quasi quattro centimetri; portando sulle spalle curve un vecchio sacco, tutto buchi, nel quale ammassava la carta vecchia che raccoglieva per le strade.
I "cuccioni" di "Cancéglie" (compreso chi scrive), che lo consideravano una specie di befana alla rovescia, gli volevano certamente bene, tuttavia, «malandrini» nati, inventavano proprio per lui scherzi sempre nuovi, imprevedibili, di dubbio gusto. Ora gli si avvicinavano furtivamente per accendere la carta che fuoriusciva dal sacco; ora afferrando un lembo di questo, lo costringevano a girare, chissà quante volte vorticosamente su se stesso fino a farlo sembrare un ubriaco; ora lo frastornavano contrapponendo al suo solito, monotono richiamo un puntuale, assordante, «Cazzitte pallò, uà a fatia lazzarò!!!».
Malgrado tutto, si sentiva libero e contento quel tanto che basta.
"Cancéglie" era il suo mondo. L'abate di San Silvestro la sua famiglia. Le soglie delle case il suo salotto. La pedana della sacrestia il suo letto. I "cuccioni" la sua croce, ma anche la sua delizia.
Proprio con questi, infatti, sebbene vittima designata e bersaglio preferito dei loro lazzi, amava conversare, rimproverandoli paternamente, una volta passata la bufera, severissimo soltanto quando osavano mangiare in chiesa... senza farlo favorire.
In fondo era un povero... ricco di dignità ed esigente: non accettava mai solo pane, anche se il companatico preteso non andava al di là di una fetta di rinfrescante lardo.
Una volta fece il suo ingresso in una casa di «signori» proprio mentre la serva si accingeva a ripulire il pavimento dai resti di due uova appena cadute.
L'ordine di "Cazzitte" fu perentorio: «fermi tutti e via la scopa!».
Si mise a pancia a terra e -dopo aver meticolosamente eliminato i due gusci- aspirò con sibilante ingordigia tuorli ed albume, infine, leccandosi le labbra, si levò in piedi.
La padrona di casa, che interdetta lo aveva seguito nella rapida operazione, non potendo nascondere un crescente senso di disgusto, col naso aggricciato e voce arcigna, esclamò: «"Cazzetto", ma è sporco là per terra!!».
Egli, allora, tutto confuso, implorando pazienza con il gesto della mano, si gettò di nuovo giù e con la lingua ramazzò ben bene il pavimento e poi... trionfante: «Segnò nen te lamentà, ca mo' è propria pelite!!».
Il più grande avvenimento della tribolata vita di "Cazzitte" si verificò quando l'abate lo portò a visitare il lontanissimo Santuario di Loreto.
Viaggiò per la prima volta in treno, come in sogno e senza sedersi mai; si fece fotografare appollaiato sopra un cannone in un atteggiamento di insospettata fierezza; vide, estasiato ed impaurito, «un fiume grande così», che gli altri - certamente per prenderlo in giro come sempre si ostinavano a chiamare mare.
Per quell'avventura, che sarebbe rimasta unica, si lasciò perfino convincere a calzare per la prima e l'ultima volta, un bel paio di scarpe di pezza bianca.
In seguito, non si stancò mai di raccontare a tutti la bella storia rievocandone i più minuziosi particolari, ma omettendo con cura di dire che quelle maledette scarpe le aveva quasi sempre tenute strette in una mano, come una valigia, e che le aveva messe, rispettosamente, solo al momento di inginocchiarsi, tremante, dinanzi all'altare della bella Madonna Nera.



Cazzitte



"Cazzitte" portava chiuso in cuore un piccolo segreto.
Non bestemmiava mai, sebbene le occasioni per farlo non mancassero.
E nessuno lo aveva mai visto piangere, né in pubblico, né in privato.
Eppure «Cazzitte» piangeva, piangeva... con le campane.
Nei momenti di sconforto, di disperazione, occhi chiusi, denti stretti, il grosso testone dondolante come a gridare no! no! no!, si attaccava alle corde e suonava le «sue» campane, quelle della chiesa di San Silvestro, con furente ardore, con struggente malinconia, con grande amore, sfogando così tante angustie recondite, smaltendo infinite molestie.
Poi, rinfrancato, riprendeva il suo eterno cammino e, sorridente, con voce dapprima incerta, quindi via via più squillante, quasi cantava: «Iamme a chi tè la carta!!».

"Cazzitte" portava chiuso in cuore un piccolo segreto.
Non bestemmiava mai, sebbene le occasioni per farlo non mancassero.
E nessuno lo aveva mai visto piangere, né in pubblico, né in privato.
Eppure «Cazzitte» piangeva, piangeva... con le campane.
Nei momenti di sconforto, di disperazione, occhi chiusi, denti stretti, il grosso testone dondolante come a gridare no! no! no!, si attaccava alle corde e suonava le «sue» campane, quelle della chiesa di San Silvestro, con furente ardore, con struggente malinconia, con grande amore, sfogando così tante angustie recondite, smaltendo infinite molestie.
Poi, rinfrancato, riprendeva il suo eterno cammino e, sorridente, con voce dapprima incerta, quindi via via più squillante, quasi cantava: «Iamme a chi tè la carta!!».

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