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Ciarèglie

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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Ciarèglie

Si chiamava Costantino Tersigni.
Portava il nome di un imperatore, eppure nessuno lo chiamava così, ad eccezione della seconda moglie, Lombardi Maria Rosa detta «Pascuccia», che, però al posto della prima «o», metteva sempre una «u», mangiandosi l'ultima sillaba «no» ed accentando fortemente la «i» finale: «Custantì!!».

Era nato il 25 gennaio 1881, in contrada Selva.

Qualcuno, un bel giorno, lo aveva ribattezzato Ciaréglie, soprannome oscuro che si portò appiccicato addosso per tutta la vita, derivato (forse) dalla parola ciarliero per certa loquacità eccessiva manifestata fin da bambino.

Ciaréglie è morto, poco più che ottantenne, in ospedale il 19 maggio 1961.
Il personaggio Ciaréglie non è morto, né morirà.

Nell'uso comune, nel linguaggio corrente, Ciaréglie veniva considerato un termine di paragone in contrapposizione a «bamò», il ricco per antonomasia dell'epoca; e l'appellativo, col tempo, è divenuto sinonimo di povertà, bruttezza, trascuraggine, sporcizia.
Chi di noi, almeno una volta, sol perché un po' trasandato, non sbarbato o mal vestito, non si è sentito apostrofare dalla madre, prima, dalla moglie, dopo: «me pare Ciaréglie!!»?

Le colorite liti, i frequenti «festival di ingiurie» fra i componenti di intere famiglie, le tradizionali «guerre» tra rioni, nella Sora di un tempo, si concludevano sempre e puntualmente allo stesso modo, con le medesime espressioni: «chi te cride 'e ésse? Uò métte Ciaréglie che Bamò!?», e naturalmente ognuno indossava le vesti del ricco nobile, attribuendo la qualifica peggiore all'antagonista.

Non mi sarà, forse, perdonato mai l'ardire di dissacrare l'impareggiabile immagine poetica di Ciaréglie che Riccardo Gulia ha consegnato alla storia del nostro costume popolare, tuttavia, per una più completa conoscenza del personaggio, è necessario rievocare certi aspetti poco noti della sua complessa e variopinta vita di accattone-tuttofare. «Mo' me ne uàglie!!».

Questa espressione sulla bocca di Ciaréglie, ripetuta più volte con tono via via più stizzito, non racchiudeva una rassegnata rinuncia, ma costituiva un avvertimento, un monito, addirittura una minaccia: «... e se me ne uàglie propria, tròute i pezzènte!...», quasi che ricevere l'elemosina fosse per lui un diritto e per gli altri, farla proprio e solo a lui, un dovere.


Ciarèglie

Chi scrive ha avuto la fortuna, durante il tribolato periodo dello sfollamento, di abitare, per parecchi mesi, a pochi passi dalla casa di Ciaréglie, a San Giorgio.
Un curioso incedere saltellante e tuttavia sicuro, le vecchie cioce enormi, la statura imponente sebbene un po' curvo di schiena, grosse mani nodose, le unghie da rapace, nere e sporche, una barbaccia brizzolata, dura, incolta, solo di rado sfoltita a colpi di forbici, gli occhi porcini e cisposi, un nasone, a patata, alla cui punta stava sempre per cadere una goccia, brillante ed eterna come una piccola sfera di cristallo, una bocca dal taglio amaro con le labbra sottili risucchiate dentro a coprire le gengive indurite dall'uso sulle quali resistevano disperatamente solo tre magnifici canini di un bel marroncino scuro, le tasche come bisacce, stracolme di ogni sorta di oggetti, appese agli abiti sdruciti e rattoppati, Ciaréglie incuteva un certo timore nei bambini, ma a sua volta, aveva tanta paura dei ragazzacci, specialmente dei «cuccioni» di «Cancéglie».

Ciaréglie, memore dell'umiliante esperienza vissuta con la prima moglie, Forbicini Maria soprannominata «Balzariotta», che lo comandava a bacchetta, tiranneggiava, da «vero uomo» e per naturale rivalsa, l'infelice e remissiva «Pascuccia».

Durante un bombardamento, la poverina rimase ferita ad una gamba da una scheggia di uno spezzone, caduto proprio davanti l'abitazione, che le trapassò un polpaccio da parte a parte (la ferita fu curata con l'acqua saponata) ed il marito la bastonò di santa ragione, ritenendola unica responsabile dell'incidente, certamente evitabile ove, in rispetto del suo preciso ordine, se ne fosse rimasta in casa a fare le pulizie e non in istrada a chiacchierare con quelle pettegole e sfaccendate signore sfollate dalla città.

Qualche volta si comportavano anche da innamorati. Lui, allora, le rivolgeva la parola con una sfumatura di tenerezza insolita: «uagliò è pronte 'sse magnà?». «Pascuccia» tutta commossa, emergendo semiasfissiata dalla nube di fumo nella quale era immersa, con un groppo alla gola invano mascherato a colpi di tosse, sospirava soddisfatta: «atte tempe uagliò... te sérue subbete!».

In quei momenti si sentiva una regina e dimenticava perfino il suo cruccio maggiore, e cioè l'incomprensibile mortificazione che il suo uomo le infliggeva quando si recavano insieme a Sora, allorché pur vestita a festa, con le scarpe belle e le calze arrotolate sulle caviglie sottili, la costringeva a camminare dietro di lui a rispettosa distanza, con quel maledetto cesto in testa che via via diveniva più pesante, recitando, ad ogni passo, una specie di rosario di imprecazioni, una litania di insulti reciproci: «cammina, che te pózze cecà... te pòzzane accìde!... ntentita... stepedò! ferniscela! ferniscela tu!... quanne riame alla casa... 'n'aglie paura é te!...»

Sebbene non munito di alcuna licenza, Ciaréglie era anche commerciante.
Pochi, infatti, sanno, che quel suo abituale, insistente e spesso zingaresco chiedere, durante il quotidiano giro per Sora, un ombrello vecchio e sfasciato aveva una precisa finalità di lucro.

Riforniva in questo modo il suo «magazzino» e poi aspettava, impaziente, il passaggio dell'ombrellaio, al quale commissionava la riparazione degli ombrelli in deposito, che rivendeva ai contadini della sua contrada.

Questo incontro era quasi un rito.
Trattative lunghe e laboriose, interminabile patteggiamento sul prezzo, difficile e meticolosa scelta delle pezze a colore.

Quando l'ombrello usciva finalmente dalle mani esperte del «mastro», veniva aperto e chiuso mille volte e quindi tenuto contro sole per osservare, senza tradire l'intima soddisfazione, il prodigioso trapianto di stoffa, magari non proprio indovinato nel colore, ma sicuramente a prova di qualunque tipo di temporale.

Ciaréglie, per quanto possa sembrare incredibile, era proprietario.
Possedeva, a S. Giorgio, una casa ed un fondo.
Proprio in questa contrada, in Via Pescura 40, aveva stabilito il domicilio con la seconda moglie «Pascuccia», una donna balbuziente, piuttosto brutta, con un volto triste da bertuccia, mansueta e gracile, operosa e sottomessa.
Si racconta che il trasferimento dal luogo di nascita non sia stato spontaneo, bensì una precipitosa, quanto onorevole fuga imposta dalla esigenza di sottrarsi all'interminabile «terentoste» allestito per festeggiare solennemente le sue seconde nozze.

La casa di Ciaréglie merita una descrizione più particolareggiata.
Quelle che lui, quando orecchie indiscrete non erano in ascolto, chiamava con una punta di malcelato orgoglio «due cambre di casa», consistevano in un vano terraneo (cucina-sala da pranzo-bagno) angusto, tetro e sporco, che prendeva aria e luce dall'unica porta sgangherata, ed in un altro rialzato di poco, quasi a toccare la testa, destinato a camera da letto-ripostiglio-dispensa-cassaforte, al quale si accedeva a mezzo di una scala di legno vecchia e traballante.

Il fondo, poi, era un piccolo appezzamento di terreno di forma squadrata, di circa 100 mq., che Ciaréglie non coltivava mai di persona, riservando, però, le sue premure ad un piccolo pesco che, a primavera, esplodeva in una fioritura cosi straordinariamente bella da suscitare l'invidia di tutti i vicini.
Egli, una volta, proprio per quell'alberetto, perse l'abituale prudenza, affrontando a viso aperto un soldato tedesco, che aveva osato penetrare nei suoi possedimenti, attratto dall'irresistibile desiderio di strappare un ramoscello fiorito.

Lui che si spaventava al solo vederli i «germanesi» (così era solito chiamarli), senza indugio alcuno, gli intimò imperiosamente di uscire e si ritenne soddisfatto solo quando il teutonico, dopo aver urlato chissà che cosa nella sua
aspra ed incomprensibile lingua, si allontanò inseguito dalle minacce che si facevano tanto più terribili quanto più diveniva grande la distanza che lo separava dal nemico invasore. A tali atti di coraggio Ciaréglie non era nuovo, anzi, da giovane, mentre prestava il servizio militare, aveva compiuto una brillante azione non di ribellione ma indubbiamente di... disturbo nel riguardi di un superiore.

Un giorno si mise a seguire passo passo un impettito ed altero colonnello, che passeggiava in compagnia di una bella signora, pavoneggiandosi nella fiammante divisa e fumando un grosso sigaro profumato.
Dopo parecchio tempo, l'alto ufficiale credendo di essere pedinato e spiato, infastidito più che adirato, si girò di scatto e gridò: «cosa diavolo vuoi?».
Ciaréglie, senza battere ciglio, in scomposta posizione con un pizzico di legittimo rimprovero nella voce, rispose: «Segnò?!... E' chiù de mésora che te uènghe apprésse... Se pò sapè' quanne i jette 'sse mezzone?...»

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