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Cominciano tutti così

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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Cominciano tutti così

.....................ai miei tempi

Certe volte mi assale, così all'improvviso, una struggente nostalgia dell'ormai lontanissimo tempo della mia fanciullezza, quando il mio mondo aveva orizzonti così limitati che perfino Carnello e Frosinone mi sembravano lontanissimi, senza parlare di Roma, miraggio remoto ed irraggiungibile.

Molti ricordi, allora, si affacciano alla mente nitidi e precisi, altri appaiono sfumati e tuttavia piacevoli, alcuni riemergono ingentiliti ed impreziositi attraverso il filtro magico dei tanti anni trascorsi, altri ancora conservano intatta l'intima tristezza o il malizioso contenuto di innata ironia e di bonario adattamento agli imprevedibili capricci del destino.

Ripercorrere con la memoria, giorno dopo giorno, la vita di mezzo secolo fa non è cosa facile, poiché occorre raccontare la storia, non sempre allegra e spensierata, di un'epoca così particolarmente caratterizzata da non trovare alcun riscontro con la realtà attuale. Oggi, tanto per dirne una, non esiste più il problema delle scarpe, mentre allora...

Non tutti i ragazzi possedevano un paio di scarpe, perciò quando si giocava a palla, si doveva essere tutti scalzi, altrimenti si rimaneva fuori.

Il calzolaio svolgeva certamente un'attività molto importante, ma pur avendo in teoria moltissimi potenziali clienti, in pratica serviva pochissime persone, quasi sempre a credito per giunta rateizzato ed a lunga scadenza.

Per quanto possa sembrare incredibile, la cosa più preziosa che possedeva il calzolaio era la colla preparata con l'altrettanto preziosa farina bianca, tenuta gelosamente nascosta in un barattolo di latta, anche se, in breve tempo, si ricopriva di una nerastra patina di muffa e spargeva tutt'intorno uno sgradevole e penetrante fetore.

Naturalmente, i"cuccioni", sia per "fare una cameta", sia per "riappiccicare una manetta o le cole", spesso ne chiedevano un po', ma il rigido custode rimaneva sordo alle pressanti istanze, che puntualmente sfociavano in petulanti preghiere, preludio al lancio del martello dietro il fuggitivo di turno più veloce di una lepre.

Parlando di scarpe, poi, vien fatto di ricordare che, spesso, si trattava di grossi scarponi, o troppo larghi o troppo stretti, rumorosi e sdrucciolevoli per via delle "bellette", muniti di un salva-punta e salva-tacco in ferro, a forma di mezza luna, che, una volta consumati i chiodini, fuoriuscivano o si spostavano all'interno a seconda del punto di contatto con la strada.

La strada, per suo conto, contribuiva in maniera determinante ad aggravare ulteriormente una situazione già di per sé precaria e fastidiosa, essendo priva di asfalto, piena di buche e con un elemento, il fango, perennemente presente, quando pioveva e spesso anche quando non pioveva.

Le mamme, quando si rientrava in casa, erano disperate e non bastava togliersi le scarpe, che grondanti acqua e fango, venivano appese sotto il camino o poste a distanza non sempre di assoluta sicurezza, tanto che, qualche volta, venivano irrimediabilmente attaccate dal fuoco.

Fortunamente che esisteva un rimedio miracoloso al quale tutti facevano ricorso: l'umile, modesta ed efficace segatura.

Questa, la segatura, oltre a supplire alla legna per molte povere cucine, nelle giornate di pioggia, faceva bella mostra di sé in tutti i negozi molto frequentati dagli avventori, che spazientiti imprecavano, mentre cercavano, con poderosi calci sul muro, di liberarsi della doppia suola formatasi compatta e dura sotto le scarpe bagnate.

Tale operazione si ripeteva con più frequenza nei saloni dei barbieri, ma qui il fastidio almeno veniva attutito, se non addirittura trasformato repentinamente in piacere, dalla presenza di uno o due suonatori di chitarra e mandolino, appassionatamente impegnati nell'abituale e vario trattenimento musicale.
Quando si apre il cuore ai ricordi, si scopre che non basterebbe un libro intero per farli rivivere tutti, specialmente quelli che alle nuove generazioni possono sembrare perfino incredibili ed assurdi.

La selezione è impossibile, ma con la promessa di scriverne in altra occasione, ora, con rispetto parlando, voglio rievocare una singolare ed irripetibile usanza.
Come è risaputo, in quei tempi, non c'erano le fogne ed anzi, ad essere sinceri, anche i gabinetti scarseggiavano, mentre la carta igienica non esisteva proprio e, per chi fosse riuscito a procurarseli, i giornali, pazientemente ritagliati in piccoli pezzetti a forma di quadrato ed infilati in un pezzo di fil di ferro a forma di esse, fungevano da degno ed ottimo rimedio.

C'erano, però, un po' da per tutto, i pozzi neri, per lo più all'esterno delle case, alcuni addirittura dentro, proprio dietro il portone o nel piccolo vano sottoscala.
I pozzi neri, scusate l'ardire, normalmente venivano chiamati "sentine", oggetto di particolare attenzione e costante sorveglianza da parte dei proprietari, poiché le stesse avevano un valore e magari un prezzo di mercato, tanto più alto quanto più fossero state piene e consistenti.

I contadini, che con il contenuto delle "sentine" concimavano i campi, quando potevano, di notte tempo, procedevano di nascosto allo svuotamento, più precisamente compivano un vero e proprio furto impossibile a tenersi celato per l'enorme puzza che si diffondeva intorno, svegliando gli irati proprietari pronti, seminudi e scalzi, a difendere con ogni mezzo il loro piccolo "tesoro".
Non tutte le "sentine", ovviamente, erano uguali, poiché le più richieste, stavo per dire le più appetibili, erano quelle appartenenti alle famiglie più ricche, in considerazione del fatto che, mangiando le stesse cibi più sostanziosi e abbondanti, producevano, come inevitabile conseguenza, concimi più consistenti e, quindi, più produttivi.

Nel chiedere scusa per l'audacia dimostrata, spero di essere perdonato se ricordo, senza farne il nome, un padrone di casa, che nell'intento di ricavarne il maggiore prezzo possibile, lasciò che la sua "sentina" si riempisse fino all'orlo e comunque al punto che i gas, prendendo fuoco, fecero saltare il coperchio e provocarono un incendio difficilmente domato, sia per l'aria divenuta irrespirabile, sia per il pericolo di rimanere ustionati.

Spero di essere compreso e perdonato se, così di punto in bianco, passo a trattare un problema certamente più importante e delicato, che oggi va assumendo contorni drammatici, mentre, in passato, trovava facili soluzioni nell'ambito della famiglia e nel segno del rispetto, della devozione e dell'amore.

L'età media dell'uomo si è alzata di molto e, di conseguenza, è aumentato il numero dei vecchi con tutte le implicazioni che il fenomeno comporta.
La solitudine, l'emarginazione, il disinteresse sembrano condannare l'anziano ad un tramonto sempre più triste e malinconico.

Ai miei tempi, invece, il vecchio rappresentava ed era l'albero maestro della casa, il punto di riferimento di tutta la famiglia.

Si così, io lo ricordo mio nonno, quasi una figura biblica, fonte inesauribile di consigli, esempio vivente di saggezza, guida sicura, amato e stimato da figli e nipoti.

Era proprio un bell'uomo, capelli bianchi all'umberto, baffetti corti e ben curati, portamento da vero signore per via degli abiti di foggia inglese, degli stivaletti foderati di pelliccia, dell'elegante borsalino sempre sulle ventitrè.

Una risata la sua tanto fragorosa quanto contagiosa, che, spesso ed improvvisamente, si trasformava in vigorosi colpi di tosse, che rendevano il respiro difficoltoso ed ansimante.

Mio nonno, infatti, soffriva di catarro bronchiale, e tutti, in famiglia, condividevamo con viva preoccupazione e malcelata angoscia il suo precario stato di salute destinato ad aggravarsi ogni giorno di più.

Noi ragazzi, i suoi nipoti adorati, croce e delizia delle sue tante giornate passate in casa, specie d'inverno, stravedevamo per lui, facevamo a gara per slacciargli le scarpe e mettergli le ciabatte, ritenevamo un vero e proprio privilegio, anzi un grande onore insaponare, lavare ed asciugare i suoi piedi, che allora, per la notevole misura, ci apparivano come quelli del gigante delle favole.

A costo di apparire patetico, a questo punto, mi vien fatto di pensare che il mondo moderno, così farraginoso e pieno di paura, possa sperare e credere in un migliore avvenire per tutti solo se si convincerà che il vecchio è una parte essenziale della realtà e, perciò, merita affetto, rispetto e considerazione non solo per quello che è stato, ma anche per quello che è e che sarà.


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