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Don Gaetano

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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Don Gaetano

Scrivere di don Gaetano, è compito piacevole e, ad un tempo, arduo.

Fu singolare in tutto, come uomo, come sacerdote, come studioso.

Così alto, così ossuto, così imponente incuteva a prima vista soggezione, rispetto, forse anche un vago senso di timore.

Poi quando sollevava lentamente il cappello da prete sempre inclinato in avanti fin quasi sugli occhi, allargava le lunghissime braccia a croce e cominciava a parlare, allora, come d'incanto, nasceva istintivamente un rapporto -destinato a durare per sempre- di simpatia, di affetto, di amicizia.

Quanti ricordi dolcissimi e belli mi ritornano nella mente!

L'infinita e profonda venerazione di mio padre, che non ho conosciuto essendo morto quando avevo appena quaranta giorni, il quale, secondo il racconto ripetuto chissà quante volte da mia madre, lo seguiva di chiesa in chiesa e spesso in trasferte anche lontane per ascoltarne, rapito ed incantato, le travolgenti, dottissime, indimenticabili prediche pronunciate con quella voce così forte e potente da far vibrare le corde più intime del cuore.

L'ira, tanto furibonda quanto bonaria, di don Gaetano tifoso esplodeva, genuina e coloratissima, durante le partite di calcio, allorché assolveva all'istante con uno stentorio "quande ce uò... ce ùò!!" chi si fosse lasciata sfuggire qualche imprecazione di troppo; e condannava le velleità di attacco della squadra avversaria gridando ripetutamente "e 'nen ce stimene!".

Io penso che don Gaetano, dall'aldilà, mi perdonerà di sicuro se racconterò un piccolo, ma significativo episodio che dà testimonianza della sua squisita e delicata bontà d'animo, omettendo di parlare magari della sua fecondissima attività di scrittore e di storico.

Don Gaetano, poco prima che morisse, ogni giorno, si recava ad un appuntamento segreto... ma non troppo.

Alle cinque del pomeriggio, con cronometrica precisione, si incontrava con un amico fedelissimo, come lui magrissimo, alto e nero, che, impaziente e con notevole anticipo, lo aspettava nei pressi di una macelleria, in Via Regina Elena.

Una carezza sulla testa, qualche convenevole, quindi la solita raccomandazione di non muoversi, puntuale preludio all'ordine perentorio di non sporcare la tonaca con le sue zampaccie.

Entrava nel negozio, comprava un po' di carne non proprio di prima scelta e qualche osso bello grande.

All'uscita, un semplice gesto della mano ed il cane si alzava di scatto, il corpo scosso da un fremito inarrestabile, la coda agitata con ritmo frenetico.

Don Gaetano attraversava la strada, deponeva il cartoccio nei pressi di un muretto, rimproverava amorevolmente il cane nell'inutile tentativo di indurlo a mangiare con più calma.

Un'altra carezza, questa volta più lunga ed intensa a partire della testa per arrivare fino alla coda, un ultimo avvertimento e un festoso arrivederci a domani sussurrato sottovoce.

Allontanandosi, don Gaetano ogni tanto si girava indietro, visibilmente felice e soddisfatto, alzava la mano in un vago cenno di saluto e sembrava ripetere sommessamente "ciao, ci vediamo domani!"

In seguito il cane non si è più visto.

Qualche volta, così senza volerlo, assecondando un suggestivo impulso della fantasia, mi sono sorpreso a pensare che il cane nero, magro e così somigliante al benefattore, sia tornato per sempre al punto di partenza, accanto a San Rocco, lì nella bella chiesa, in fondo a Cancèglie, dove don Gaetano fu cappellano per oltre mezzo secolo.

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