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Il bersagliere

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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Il bersagliere

Tre cose amava più di tutto al mondo: il vino, il sigaro, il suo passato di bersagliere.

Viveva alla giornata, sempre allegro, spensierato all'apparenza, portatore, dovunque passasse, di un fragoroso, genuino, contagioso buonumore.

Corporatura massiccia e robusta; mantellaccio blu scuro sulle spalle da gigante; portamento eretto e marziale; grossi scarponi chiodati che, cadenzando il passo, nell'impatto violento con l'asfalto, sprizzavano scintille; lunghi calzettoni neri lavorati a mano oppure fasce grigioverdi avvolte con forza fin sotto gli abbondanti calzoni alla zuava; grande orologio da tasca con una vistosa catena d'argento in bella mostra; cappello nero alla brigante, perennemente calcato in testa, che si toglieva, per rispetto, in chiesa e, malvolentieri, a letto; voce forte, baritonale che si spiegava spesso nel canto non proprio attonato e tuttavia sempre giocondo.

Tutti i bambini -e molto spesso anche i grandi senza distinzione di sesso- al solo vederlo si irrigidivano nel saluto militare e, poi, pur senza divisa e galloni, uno-due! uno-due! comandavano la sua marcia, cadenzavano il suo passo, seguivano, al suono di un'immaginaria fanfara, le sue quotidiane corse da una taverna all'altra.

Godeva di una pensione e quel poco che percepiva, essendo rimasto vedovo, lo sacrificava, in letizia e quasi per intero, a Bacco.

I soldi per i mezzo toscani in misura progressivamente decrescente, li spendeva di buon grado, anche se alla lunga andava facendosi largo nella mente il dubbio che forse sarebbe stato meglio concentrare, sul «mosto» tutte le sue risorse economiche.

In una sola giornata era capace di fare sette o otto puntate a «Genova», la vecchia preferita piccola cantina al vicolo Ospedale, dove era possibile fare il pieno non sempre a proprio agio, anzi stando per lo più in piedi, salvo che sostare fuori nel piccolo spazio antistante che costituiva l'unico ingresso ad un altro vicolo ancora più stretto, seduti per modo di dire in quanto soggetti a continui, rischiosi spostamenti per consentire il passaggio degli abitanti della zona, non molti, ma inspiegabilmente votati ad un viavai ininterrotto e molesto.

Le ore più belle le trascorreva proprio lì, con frequenti intervalli dedicati alle capatine nel vicino Corso per riprendere contatto con la realtà... militare, bruciare qualche buon chilometro di marcia, e quindi, di corsa, scortato da una vociante schiera di «cuccioni», tornare di nuovo a «Genova» (curioso diminutivo inventato da lui in omaggio alla padrona che si chiamava Genoveffa).

Qui, però, una sera, aveva vissuto un'esperienza indimenticabile e... dolorosa.
Un suo abituale compagno di bevute, per scommessa, nell'ammirato, estasiato silenzio dei presenti, aveva tracannato, tutto d'un sorso e senza mai staccare le labbra dal boccione verde, basso e panciuto, ben cinque litri di un amabile vinello rosso.

Il trionfo era stato completo. I commenti entusiasti e senza riserve per il vincitore che se ne stava lì, gettato più che seduto su una mezza sedia, inebetito, con un forzato sorriso sulla bocca ancora fradicia di vino, dalla quale, senza ritegno, partivano inarrestabili e continue eruttazioni tanto potenti quanto maleodoranti e sgradevoli.

Trascorsi pochi minuti, l'eroe da pallido era divenuto cianotico, mentre il ventre si gonfiava a dismisura come un pallone.
Un medico, avvertito della cosa, giunse immediatamente sul posto.
Il poveretto, ormai senza coscienza, venne adagiato su tre tavoli uniti, a testa in giu.
Una «storta» fu introdotta a fatica nel suo stomaco.
Un eroico volontario dall'altro capo del cannello di gomma aspirò più volte senza risultato, vinto dal disgusto.

Allora dal cerchio dei curiosi formatosi tutt'intorno, fu sospinta in avanti una prosperosa popolana. Costei coraggiosamente, ad occhi chiusi, provò e riprovò; e finalmente il vino cominciò a sgorgare, frammisto a residui di cibo, intanto che la pancia decresceva a vista d'occhio.

Il «Bersagliere», che si era preso il compito di raccontare a coloro che sopraggiungevano con ritardo ogni particolare della straordinaria impresa, vedendo tanta grazia di Dio sparsa per terra, dopo aver zittito i più loquaci gridando chissà quante volte: «silenzio! ... stau a trammetà!! », si chiuse nella più cupa costernazione, incapace a rassegnarsi per quell'epilogo senza gloria e soprattutto per quello spreco irreparabile e crudele.
La passione per il vino non lo travolse mai.

Ogni sera tornava a casa con i suoi piedi, respingendo sdegnosamente ed orgogliosamente, in caso di necessità, l'aiuto dei radi passanti, occhi aperti a stento ma andatura svelta, passo cadenzato, muscoli tesi fino allo spasimo nella sempre rinnovata sfida alla dura legge del tempo.

Un brutto giorno, ansante ed affaticato, cadde a sedere, appena in tempo, sulla soglia rialzata di un negozio, a metà del corso. Le forze gli vennero meno («una caparra di morte!» come confidò l'indomani agli amici più intimi).
Il mezzo sigaro, ancora acceso, gli sfuggì dai denti rotolando a terra in un crepitio di faville.
In una specie di deliquio, privo di dolori, non perse totalmente i sensi.
Non ci vedeva bene, questo sì, ma in compenso sentiva, sia pure attutite ed ovattate, le voci della gente che commentava senza alcun riguardo il suo stato, scuotendo la testa e ripetendo a più riprese:«sciccise a te e a chi te l'ammesura le uine !?».

I«cuccioni», supponendolo addormentato, ordinavano l'attenti, lanciavano il solito grido di... guerra, si ostinavano a cantare e fischiettare l'irresistibile marcetta dei bersaglieri.
Dopo svariati tentativi, con uno sforzo sovrumano, riuscì a mettersi in posizione eretta, ondeggiò paurosamente, prese a battere il tempo con il piede destro maledettamente greve, sembrò rinunciare... poi l'orgoglio lo guidò in una corsa via via più sicura e veloce... in un bagno di sudore freddo che traboccava da tutti i pori assieme all'incontenibile gioia di avercela fatta ancora una volta.

In seguito continuò a marciare cercando pateticamente di nascondere i crescenti acciacchi.
I«cuccioni», sensibili per natura, intuirono il suo piccolo dramma, il disperato tentativo di mascherare il malinconico tramonto, e, più di qualche volta, finsero di non vederlo.


Ingresso negozio Florio


Un triste pomeriggio partì per sempre, silenziosamente.

Sul feretro, nell'ultimo viaggio, non c'era, come sarebbe stato giusto, un cappello da bersagliere con le belle piume al vento.

Una voce di popolo, passata di bocca in bocca, accreditò tale omissione come un desiderio dell'estinto, che se avesse potuto agire di testa sua, avrebbe fatto mettere, non sopra bensì dentro la bara, le tre cose più amate in vita sua: un bel fiasco di vino, una scatola di mezzo sigari toscani, un cappello piumato da bersagliere.



La cantina "Genova"

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