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La "guerra" dei Santi

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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La "guerra" dei Santi

Quand'ero ragazzo mi portavo in cuore un sordo, accanito rancore misto ad una sorta di malcelata invidia per i fastosi e grandiosi festeggiamenti riservati a San Rocco, ogni anno, al principio della seconda metà di agosto.

Tale atteggiamento, apparentemente assurdo o perlomeno strano in un autentico figlio di «Cancéglie», di quello stesso rione, cioè, nel quale si trovava la Chiesa del Patrono della peste, aveva, però, un'origine logica, magari solo sotto il profilo campanilistico, in quanto promanava dalla mortificante constatazione di vedere San Giovanni condannato immeritatamente e da sempre ad un ruolo di secondo ordine.

Chi scrive - tanto per capirci e per evitare equivoci - era portatore, in quei tempi, di uno stato d'animo caratterizzato da sentimenti in perenne contrasto, poiché, al di fuori dei confini territoriali del suo rione, ostentava un orgoglio arrogante e perfino smodato non tanto per San Rocco, ritenuto troppo piccolo di statura, quanto per la sua festa a nessuna altra uguale per grandezza, mentre, una volta «in patria», tifava forte ed in modo esclusivo per il Battista alto, gagliardo e bello.

Ma, quest'anno di grazia 1976, anche San Giovanni ha avuto la sua bella festa durata addirittura quattro giorni (e scusate se è poco!!).

La manifestazione, senza precedenti, non ha voluto rinnegare i tradizionali giochi popolari, ma per la prima volta, invece della solita «banderella» si è visto un vero e proprio «bandone» e non è mancato un felice aggancio ai nuovi gusti ed alla moda del giorno presentando una modernissima orchestrina e dando luogo ad un'originalissima corsa ciclistica riservata a piccoli corridori in erba.

È riapparsa la «segnòra», alta, imponente, rubiconda, bardata a festa con un magnifico vestito di carta dai cento colori, imbottita di petardi e di bengala. Un ritorno graditissimo a giudicare dalla grande folla -per lo più bambini elettrizzati ed entusiasti- che la pressava tutt'intorno e quasi le impediva, nell'ampia platea dell'Orto Baronio, proprio a lei ballerina per vocazione e per destino, di danzare al ritmo di allegri motivi culminati nell'indiavolata ballerella finale, puntuale preludio all'accensione dell'orlo basso del vestito,al propagarsi repentino delle fiamme, alla morte per fuoco che non ha nulla di crudele e che anzi raccoglie l'interminabile, calorosa ovazione dei divertiti spettatori.

Si è ripetuta la suggestiva tradizione dei «faoni» segnalati, in più
punti della città, da altissime colonne di fumo, che, ancora a tarda notte, sospingono verso il cielo mille e mille faville di fuoco.

I«cuccioni»», seminudi ed armati di un lungo bastone, si sono schierati in massa lungo la riva del Liri ed al suono del «tocco» hanno rinnovato con tutta la forza che avevano in corpo l'antichissimo rito di «battere l'acqua».

Molti, poi, con un fremito di malcelata commozione, sono scesi giù al fiume per farsi «compari di San Giovanni», ripetendo il cerimoniale di sempre: mani giunte a formare una piccola cavità concava nella quale viene raccolta l'acqua e cinque piccoli sassi, poi comincia il passaggio, ripetuto tre volte, dalle mani dell'uno a quelle dell'altro, mentre si formula il giuramento di reciproco, eterno aiuto («se hai qualcosa tu la dai a me, se ce l'ho io la do a te, oggi e sempre, per tutta la vita», infine un bacio al residuo liquido rimasto e via di nuovo tutto nel verde Liri.

Nell'ultimo giorno il gioco delle «pignatte» con tanti partecipanti di tutte le età, gravati da una benda enorme e tuttavia capaci di menare violentissimi fendenti dapprima tutti puntualmente a vuoto, ma via via sempre più precisi nel colpire bersagli contenenti cenere, farina e parecchi ricchi premi.

Infine la gara degli spaghetti con grossi piatti colmi, fumanti, aglio, olio e tanti, tantissimi peperoncini.

Due batterie, ciascuna con otto concorrenti, allegri volontari dell'appettito, qualcuno -almeno all'apparenza- personificazione di una fame atavica, tutti con le mani immobili dietro la schiena, ma la bocca già aperta ed in continuo movimento come a testimoniare la difficoltà di ritrovare per l'occasione la bella voracità del tempo di guerra.

La prima corsa, contro ogni previsione, è appannaggio di un ragazzo, alto, magro, con uno strano stomaco a rientrare che, nell'esultanza della vittoria, ride a tutta bocca mostrando una dentatura enorme, sporgente e massicciamente insidiata dalla carie.

La seconda, invece, viene aggiudicata ad un militare, il ritratto vivente della salute, bianco e rosso come una mela, il quale -per non imbrattare la divisa- non alza mai la testa dal piatto, succhiando letteralmente gli spaghetti e meritando più degli altri quelle benedette diecimila lire sicuramente destinate a non trovar compagnia nelle sue tasche.

La festa, dunque, si è fatta, seppure con qualche piccolo inconveniente: lo spostamento della processione a causa della pioggia, la imprevista rinuncia alla orchestrina di chiusura per... incompatibilità tributarie.

È stata proprio una bella festa, però quella di San Rocco, debbo ammetterlo, è... tutta un'altra cosa.

È superfluo confessare che ho voluto scherzare un poco, rievocando, in chiave ironica, certi struggenti ricordi della lontana fanciullezza.


Chiesa di San Giovanni

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