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Mecalina

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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Mecalina

A «Cancéglie» si diceva che Mecalina fosse così, tutta "sdrèusa", perché "era caduta da piccola".

La verità, invece, era ben altra.

Il terremoto del 13 gennaio 1915, seppellendola, per diverse ore, sotto le macerie della sua casa, s'ingegnò di compiere un miracolo a metà, risparmiandole la vita, ma non il cervello irrimediabilmente toccato.

La piccola sepolta viva, che aveva frequentato solo i primi anni delle elementari, smise di andare a scuola, tuttavia non perdeva occasione di ricordare a tutti di saper leggere e scrivere meglio e più di tanti altri.

Col passar degli anni, a dispetto della tremenda avventura vissuta, cresceva in allegria e senza rendersi conto che la natura tanto le dava in forza e robustezza ed altrettanto le toglieva in lume di ragione.

I genitori, "Francucce i serpare", grasso, grosso e scostumato, e la moglie Rosa, piccola, operosa e sottomessa, fin quando furono in vita, si occuparono di lei con dedizione pari alla pazienza, sforzandosi, in mille modi e senza mai riuscirci in pieno, di tenerla lontana dalla maligna curiosità del popolino e soprattutto dai feroci lazzi e dagli impietosi scherzi dei "cuccioni".

Allorché rimase sola (senza i proventi del padre che, quando non era impegnato ad asciugarsi il sudore o ad eliminare rumorosamente l'aria superflua -cosa quest'ultima di cui andava fiero e per la quale era famoso- riparava i finimenti dei cavalli; e senza le sicure, sebbene minime entrate della madre, che vendeva limoni di tutte le misure e qualità, buoni per i casi d'indigestione ed ottimi per lo "scioglimento di corpo" come diceva in punta di lingua) non si perse d'animo e, con un carrettino a mano, cominciò a trotterellare da una parte all'altra del paese, portando pacchi, frutta e qualsiasi altra merce con pagamento "pronto contante" ed a tariffa tanto variabile quanto indiscutibile.

La casa di Mecalina occupava una posizione strategica, essendo posta là dove l'angusto vicolo Fortuna si allargava fino a confondersi con il Lungoliri Rosati, il che le consentiva di tenere sott'occhio i "cuccioni" quando si recavano o tornavano da scuola.

La mattina si metteva di vedetta e, immancabilmente, incominciava la guerra di parole, ingiurie, minacce, che si placava appena passati i più solleciti, per riprendere con lo stesso rituale qualche momento dopo.

Mecalina non prendeva mai l'iniziativa, ma se qualche rarissima volta qualcuno, per fretta o dimenticanza, tirava dritto, quasi quasi ci rimaneva male; ed allora gli dava alla voce, lo stuzzicava con crescente aggressività e puntualmente concludeva con le stesse parole:"Stammatina passe addritte èh figlie 'e puttà'».

Lo stato di belligeranza perpetua tra Mecalina ed i "cuccioni" in certe occasioni finiva con il coinvolgere anche i grandi, con i quali non era prudente sporcarsi le mani, anche perché lei era sempre sola, mentre l'antagonista di turno trovava, senza farne richiesta, occasionali e turbolenti spalleggiatori.

In tale frangente, ricordandosi di saper leggere e scrivere, disponeva in bella vista un tavolino fuori casa, si armava di penna e carta ed a voce alta scandiva le frasi di una terribile "cureta" che avrebbe portato difilato in galera chi si era permesso di fare il suo nome senza "prima sciacquarsi la bocca cento volte con l'acqua forte".

I fastidi ed i guai di Mecalina si moltiplicarono allorché si sparse la voce che si era fidanzata e stava per sposarsi con "Sciazzulélla", un attempatissimo pensionato, alto, allampanato, di discreta presenza, anche se un po' chiacchierato per via di certi misteriosi trascorsi per i quali era stato dapprima condannato e poi espulso dall'Inghilterra.

In un baleno, senza che se ne conoscesse l'autore, tutta "Cancéglie", sul motivo della marcia dei bersaglieri, prese a cantare:

Alla calata 'e je ponte e Nàpele,
c'è scita `na sentenza
Mecalina chiagne e pènza,
se ulésse maretà.
Mecalina statte atténte!
Sciazzulélla è 'né lazzarone,
ce piace le uine bone,
'nce ne tè de fatià.



Il matrimonio, ad ogni buon conto, fu celebrato di sera, furtivamente, nella Chiesa di San Bartolomeo, ma ogni precauzione fu inutile, poiché la prima notte e quelle successive furono allietate da un assordante ed interminabile "terentoste".

Mecalina, manco a dirlo, non poteva avere figli, ma in compenso aveva adottato ben otto gatti randagi, che chiamava amorevolmente "pepitti", ai quali riservava premurose cure materne e per i quali acquistava anche un chilo di carne al giorno.

Quando tornava a casa, appena imboccata la discesa del Ponte di Napoli, lanciava il primo richiamo e subito i felini accorrevano veloci come frecce, saltavano sul carrettino a mano, sulle spalle della padrona, che fingeva di arrabbiarsi, infilando una lunga serie di terribili imprecazioni e distribuendo calci... al rallentatore.

Mecalina, a tempo debito, sapeva essere anche spiritosa.
Una volta, lungo Via Cittadella, si fermò, stupita e divertita, a guardare un tale che andava avanti e indietro spingendo una piccola carriola, un vero e proprio giocattolo da bambino.

Mecalina, ovviamente, non poteva sapere che l'uomo, padre felice di un piccolo "cuccione", stesse provando la ruota della carriola dopo averla riparata, ed allora, scuotendo la testa, gridò festosamente:"e pò ìcene ca Mecalina è pazza!".

Un bel giorno, due agenti di polizia, sollecitati da ripetuti esposti, prelevarono Mecalina con una scusa, ma lei intuì tutto e, mentre la conducevano in macchina, umile e piangente, implorò: "me pertate aglie pazzaréglie, accucì tutta panònda, faciteme almene lauà!".

Il carrettino rimase davanti l'uscio di casa con le stanghe alzate, come in segno di resa.


L'immobile dove insisteva la casa di Mecalina


Gli otto gatti randagi, "i pepitti", miagolanti, irrequieti, famelici, sostarono nei dintorni per parecchi giorni, in attesa della "mamma", poi, da buoni animali, uno alla volta, si cercarono un'altra padrona.

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