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Napoleone

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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Napoleone

Vincenzo Marcelli, detto Napoleone, è morto il 12 gennaio 1973. Tutto «Cancéglie», compatto, unito, a lutto stretto, così come allora lo pianse con profondo cordoglio, tributandogli l'estremo omaggio in un funerale che fece epoca, oggi lo ricorda attraverso questa mia rievocazione, la quale, proprio perché scritta da un autentico figlio di quel rione, vuole essere un atto di simpatia, una testimonianza di affetto per il vecchio amico, per l'uomo buono ed onesto, per il personaggio arguto, scanzonato e geniale già inserito di prepotenza nella storia del costume popolare sorano.


Fu soprannominato Napoleone senza che nessuno, forse neanche lui stesso, sapesse dire il preciso momento in cui gli venne affibbiato tale impegnativo nomignolo o almeno spiegare i motivi e la causa dell'imperiale appellativo.
Si chiamava Vincenzo Marcelli, apparteneva ad una stimata famiglia, esercitava, con entusiasmo proporzionato ai magri profitti, il mestiere di «pittore di stanze», singolare qualifica da lui inventata ed imposta all'anagrafe comunale.
Non molto alto, piuttosto grassottello, bocca larga e carnosa, baffetti brizzolati e sempre accuratamente tagliati, capelli folti pettinati alla mascagni quasi a dare risalto alla fronte larga e spaziosa, naso grosso e rossiccio, due occhi dolci, malinconici, perfino languidi. L'aspetto esterno più che normale non lasciava presagire l'inesauribile carica vitale di Napoleone che puntualmente, ogni volta che apriva bocca, si traduceva in originalissime battute di spirito, in maliziosi motti scherzosi, in paradossali e geniali valutazioni di tutte le vicende umane.

Aveva due passioni travolgenti, l'operetta, di cui era profondo conoscitore ed estimatore, ed il vino, l'amico fedele dal quale non si separò mai lungo tutto l'arco della sua vita.

Quand'era alticcio e capitava piuttosto spesso, nell'ammirato silenzio dei presenti, canticchiava con voce roca ma sorprendentemente attonata, le arie più belle e, nelle lunghe soste davanti al portone di casa, contrapponeva alle pressanti insistenze della moglie che lo esortava a rientrare, i brani più pungenti e le romanze più celebri sfondo amoroso e sentimentale.

Del suo passato di «cuccione» di «cancéglie» si sarebbe potuto scrivere un volume grosso così, ma, dei tanti episodi di cui fu sempre protagonista assoluto, amava raccontare con una punta di malcelato orgoglio quello relativo ad una lite furibonda scoppiata con l'allora coetaneo Vittorio De Sica conclusasi a tutto danno di quest'ultimo, divenuto poi famoso e celebrato regista, che ne ebbe la testa rotta con una sassata.

A chi lo rimproverava per l'eccessiva devozione al dio Bacco, Napoleone, in tutta segretezza, giurando e spergiurando sull'autenticità dell'avvenimento, sussurrava la strabiliante storia di essere stato battezzato, certamente per un involontario errore del prete, con un amabile vinello anziché con l'acqua santa.
Un giorno con un anziano amico andò a sedersi al Secondo Canale, all'aperto, per bere in pace... qualche bicchiere.

Tirò fuori di tasca tre bellissime pesche deponendole in bella vista sul tavolino.
«Chi magna sule s'affoga!!» sentenziò subito l'altro.
Napoleone, senza profferire verbo, sbucciò la più grande con meticolosa attenzione e ne lasciò cadere una metà nel bicchiere ancora vuoto del compagno.

Per tutto il pomeriggio e fino a tarda sera continuarono in silenzio a scolare litro dopo litro e Napoleone con rigorosa puntualità, allorché veniva consumata, ignorando sistematicamente il proprio bicchiere, aggiungeva un'altra mezza pesca in quello dell'amico dapprima stupito ma via via sempre più convinto di aver colpito nel segno con l'iniziale, bonario rimprovero.

Quando finalmente furono sul punto di andarsene, l'altro, che aveva mangiato tutte le pesche, notò con fastidio di tenersi bene in piedi, mentre, invece, Napoleone stentava ad alzarsi ed anzi ricadeva pesantemente sulla sedia ad ogni nuovo tentativo.

«Senti Napeliò, tu mi devi spiegare una cosa... da oggi che stiamo insieme, tanti bicchieri hai bevuto tu e tanti bicchieri ho bevuto io... ed allora perché io sto sincero e tu invece stai "comme a Castigliucce"!».
«T'èu piaciute le pèrseche?... e mó fréchete!!» replicò Napoleone con un malizioso sorriso.

Un'altra volta, su alla cantina dell'Incoronata, Napoleone, memore di certe brutte esperienze passate, pretese che tre abituali compagni «impostassero» anticipatamente il denaro necessario per bere.

Furono raccolte quattromila lire e subito si accese un'animata discussione sulla opportunità di ordinare anche uno spuntino come qualcuno suggeriva.
Tornato un attimo di calma, il più giovane dei presenti azzardò a mezza voce una proposta: «facime pertà 3.900 lire 'e uine e cente lire 'e pane!».
Napoleone visibilmente irritato, proruppe: «diàure affòchete!... e chi se le magna tutte 'sse pane! ...che ulime fa per forza na 'ndigestione?».

Come tutti gli uomini di spirito, Napoleone riteneva di essere destinato a rimanere scapolo a vita ed invece, quando già era avanti negli anni, sposò una donna di chiesa, devota e sottomessa.

Ogni sforzo di allontanarlo dal vino rimase lettera morta, ma, in compenso, si verificò un certo riavvicinamento alle pratiche religiose e quindi anche un sensibile affievolirsi della sua fede politica notoriamente di sinistra.
Un anno, nell'imminenza della Pasqua, la moglie cercò in tutti i modi di convincerlo a fare il precetto pasquale.

Napoleone fu irremovibile... però alla fine fu costretto a piegarsi, vinto e convinto dalla promessa di un fiasco, di vino rosso, di quello buono, tenuto in serbo e prudentemente custodito in un posto segreto da più di due anni.
Andò in Chiesa, quasi furtivamente per non dare nell'occhio, poi, una volta lì, si confessò e comunicò con la stessa devozione di quand'era ragazzo e... quindi cominciò a contare le ore che lo separavano dal pranzo e soprattutto dal premio promesso e meritato.

Quando finalmente giunse il grande momento, afferrato il fiasco, si toccò lo stomaco con un dito e con profondo rispetto lanciò l'avvertimento: «Scànsete, Patatè, 'ca mó arrìua la chiéna! ».

Una sera tornava muro muro e «accunciate pe le feste» dal Primo Canale, dove aveva trascorso una mezza giornata memorabile. Giunto quasi all'Arena, sentì il gran vociare degli amici, che, nella certezza di vederlo cadere, lo aspettavano al varco, cioè là dove finita la strettoia, intima e protettiva del Borgo San Rocco, la strada si apriva sull'ampia Piazza Giacomo Venditti.

Napoleone questa volta si sentiva sicuro di sé, avendo sperimentato più volte nella mattinata e nei giorni precedenti che avrebbe dovuto fare solo trenta passi per giungere al muraglione suo abituale appoggio e sicura guida in simili frangenti.

Prese bene ogni precauzione strinse il manubrio della bicicletta che continuamente gli scappava di mano attirandolo e costringendolo a compiere strani volteggi ed incredibili virtuosismi da equilibrista nato.

Finalmente apparve. Diligentemente cominciò il conto dei passi, sbagliò una prima volta, riprese da capo e quando fu proprio sicuro di sé, si lasciò andare di peso sul muraglione e... cadde di schianto a terra, percependo l'omerica risata degli amici e mormorando mestamente: «ué! èu spostate i meraglione!!».

Una triste notte, durante un'accanita partita a carte, Napoleone rimase vittima di un grave «incidente sul lavoro».
Lasciò cadere le carte con apparente noncuranza, mascherando da giocatore consumato, la stizza che gli ribolliva nel sangue.
Nella cantina di «Ibratone», avvolta in un denso fumo, poco illuminata, invasa da un acre odore di vino, ai primi commenti divertiti degli abituali avventori-spettatori, fece seguito un pesante silenzio, che non lasciava prevedere nulla di buono.

Il compagno di gioco, intanto, non si dava pace per il grossolano errore con il quale aveva compromesso l'esito, sicuramente vittorioso, dell'ultima mano di tressette, cercava disperatamente una qualche giustificazione al fine di scongiurare la prevedibile reazione del danneggiato, infine credette di trovare una sicura salvezza nell'auto accusarsi senza riserve.

«Sono stato un asino!» commentò, schiaffeggiandosi in viso. Napoleone con insolita calma negò tale qualifica. «Sì! sì... sono stato proprio un asino!!».

Questa volta il diniego fu più deciso, quasi perentorio.

«Da oggi in poi autorizzo tutti a chiamarmi asino e soltanto asino!!! ».

Napoleone obiettò un ultimo, categorico «no», poi, alle reiterate insistenze del malcapitato, dando finalmente via libera all'ira prorompente, gridò: «no!... no!... non sei un asino, né lo sarai mai... perché un asino costa trentamila lire e tu non vali neanche trenta centesimi!!! ».

La bella fama della grande sete di Napoleone ben presto dilagò nei paesi vicini.
Una volta fu chiamato, per tinteggiare le pareti, da un avaro farmacista, il quale, seguendo una vecchia tradizione di famiglia, «rimetteva» vini pregiati in una cantina propria, costruita a regola d'arte.

Costui, messo sull'avviso e conoscendo il soggetto con cui aveva a che fare, escogitò un espediente ritenuto sicuro al cento per cento per salvare la produzione dell'ultima annata particolarmente felice.

Con certosina pazienza, aiutato da moglie e figli, appiccicò su tutte le bottiglie una vistosa etichetta con la nera effige della morte e con la scritta «veleno» a caratteri cubitali.

Napoleone, dopo il secondo giorno di lavoro, cominciò ad avvertire i primi dubbi, che gira e rigira nel cervello finivano col compromettere la volontà e l'impegno già di per sé abbastanza scarsi.

Ad ogni pennellata sempre più stanca, scuoteva la testa e, quasi senza rendersene conto pensava a voce forte: «possibbele mà 'ca chiste 'mmedeche tè tutte ste ulene? i che uò accide i munne sane?».

Si assicurò di essere solo, toccò e ritoccò una bottiglia, l'afferrò e la rimise a posto più volte... infine si decise al grande passo.

Tolse con cautela il tappo, avvicinò l'apertura al naso, annusò, ad occhi chiusi il contenuto.

Il fiuto, allenato per tanti anni, gli diede la prima lieta conferma al sospetto, mentre un sorriso soddisfatto gli illuminava il tondo faccione.
Riprese il pennello, indeciso se passare alla seconda fase, quella dell'assaggio, certamente più difficile, delicata, pericolosa.

Quando già sembrava rassegnato alla rinuncia, di colpo scese dalla scala, introdusse il mignolo nel collo della bottiglia, ve lo tenne per qualche secondo, poi con tutto il coraggio che aveva in corpo, raccomandandosi con fervore a San Martino, se lo portò alla bocca.

La lingua schioccò più volte e gli trasmise l'atteso, gradito messaggio: «è uine! è proprio uine!... i comme è bone!!». Caduta ogni residua titubanza, agitando ripetutamente la mano destra messa a taglio nel tipico gesto di chi minaccia una «mazziatura» con indubbio riferimento al farmacista, si mise a suo agio per ripagarsi della lunga attesa e placare l'arsura arretrata.

Educatamente, all'inizio di ogni bevuta, faceva un bell'inchino a tutta quella grazia di Dio e non dimenticava mai di brindare alla salute del dottore.
Quando fu pieno fino al naso, gli venne una gran voglia di dormire.

Il farmacista, insospettito per il prolungato silenzio, entrò in cantina, si rese conto a colpo d'occhio della situazione e con potente accento di rimprovero urlò: «Napoleone, che cosa hai fatto?», Napoleone svegliato di soprassalto, tentò invano di mettersi in posìzione eretta, quindi camminando carponi, si aggrappò al camice del farmacista e quasi piangente implorò: Dottò ajùteme!... me sònghe aùlenate!! ».

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