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Nel cuore del centro storico

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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Nel cuore del centro storico
La chiesa di San Giovanni Battista non può restare chiusa

C'erano una volta a Sora una piccola chiesa dedicata a San Giovanni Battista e una parrocchia altrettanto piccola che prendeva il nome dallo stesso santo.
Oggi la chiesa è chiusa e la parrocchia non esiste più. Una chiesa chiusa, si sa, fa tanta tristezza.

Una parrocchia che scompare suscita un acuto senso di sconforto e tanta malinconia.

L'usura del tempo, l'incuria degli uomini, la guerra, prima, gli eventi sismici, dopo, l'esodo progressivo di quasi tutti i parrocchiani, hanno piano piano segnato il destino di una realtà religiosa un tempo rigogliosa, amata e rispettata.

La statua di S. Giovanni Battista che, in passato, occupava il posto più importante nel modesto ma sempre lindo tempio di Via Branca, sede di un'antica ed orgogliosa comunità, ha conosciuto l'immeritato sgarbo di essere relegata per molto tempo in un angolo seminascosto della cappellina a sinistra dell'ingresso principale della chiesa di S. Francesco.

Oggi, una volta accorpata la vecchia parrocchia a quella ben più grande ed importante di S. Bartolomeo, c'è stato forse un definitivo trasloco per essere comunque sistemata, ovviamente, in un posto di secondo ordine, sia per la giusta considerazione dovuta al santo, per così dire, "padrone di casa", sia per naturale e logico rispetto al meraviglioso Crocefisso del Baronio.

Chi scrive ha vissuto in prima persona, con grande devozione e fervida partecipazione, un lungo periodo della vita e della storia della Chiesa di S. Giovanni Battista.

La morte, in un triste giorno di maggio, del vecchio abate, don Gaetano Grossi, e l'insediamento di quello nuovo, don Carlo Ricciardi, sotto una pioggia fastidiosa ed insistente che tuttavia non influisce più di tanto sulla festa preparata da tanto tempo.

Tutte le finestre, tutti i balconi, al momento giusto, si spalancano quasi simultaneamente per far posto a sfavillanti coperte ricamate, qua e là intercalate da qualche immacolato e meraviglioso lenzuolo mai adoperato, neanche nella prima notte di matrimonio.

L'abate novello è dritto come un fuso, piuttosto alto, molto bravo nel predicare, ha, però, un modo di incedere così nervoso e rapido che più che camminare sembra correre, come sospinto dall'ansiosa frenesia di far presto e dal perenne timore di arrivare tardi chissà a quale urgente appuntamento.

La fertile fantasia dei parrocchiani, suggestionata dal rumoroso e persistente fruscio della tonaca di don Carlo, tira fuori puntualmente un geniale soprannome in cui appaiono in irriguardoso connubio le parole vento e parte bassa della schiena.

Anche la chiesa ha un improvviso sussulto, niente di eccezionale ma si sente e si vede che c'è qualcosa di nuovo.

Il vecchio altare principale viene abbattuto ed al suo posto appare un bellissimo altare di marmo realizzato con le generose offerte dei devoti di S. Giovanni, proprio tutti, poiché nessuno, neanche quelli che avevano ben poco da offrire, si è tirato indietro.

Don Carlo, che diventa l'abate per antonomasia nella zona di "Canceglie", è ad un tempo amato e temuto poiché così come è pronto di lingua, all'occorrenza, sa esserlo anche di mani.

Secondo una vecchia tradizione, la sera del giovedì santo, i "cuccioni", dopo il canto dei salmi, si scatenano nella "scurdia", memorabile e fragorosa imitazione del terremoto, che culmina nel percuotere violentemente qualsiasi piano di legno e nel rovesciare a terra sedie e banchi.

Nel primo anno della sua gestione, l'abate, colto di sorpresa, lascia fare, ma nell'anno successivo, manco a dirlo, si prepara a dovere per prendersi una clamorosa rivincita.

A braccia incrociate si apposta sorridente e paziente con le spalle alla porta d'ingresso e allorché sta per ripetersi l'assordante cerimonia della "scurdia", è lui che con uno scatto felino comincia a distribuire a destra ed a manca ceffoni, pugni e calci tanto che, in un batter d'occhio, i "cuccioni", attoniti e sbalorditi, non trovano il tempo di percuotere una sedia o un banco e tanto meno di rovesciarli a terra.

A dare aiuto a Don Carlo c'è Virgilio, famiglia numerosa, sarto a tempo pieno e sagrestano a tempo perso, piccolo di statura e tuttavia inflessibile e severo custode della chiesa ventiquattro ore su ventiquattro ore senza grandi sforzi per via che la sua abitazione, e ancor più il vano terraneo dove dà dì cucito, è situata in un punto strategico proprio a pochissimi metri di distanza dalla porta che immette nella sagrestia.

Virgilio, permaloso e irritabile di temperamento com'è, non tollera che si faccia chiasso nella piazzetta antistante il luogo sacro, ma il suo cruccio maggiore è quello di dover intervenire, chissà quante volte al giorno, per allontanare i "cuccioni" instancabilmente impegnati nella "sciucuratella" sul piccolo piano inclinato della rampa d'accesso di destra, lungo poco più di due metri e largo appena una quarantina di centimetri.

Un bel giorno, senza che si sapesse chi fosse l'autore della geniale trovata, sullo scivolo viene saldata una sbarra di ferro opportunamente scheggiata ai margini di destra e di sinistra in modo da formare acuminate e taglienti sporgenze destinate a porre fine all'eterna e schiamazzante giostra.
Malgrado l'orribile e rischioso rimedio, i "cuccioni" incapaci di sottrarsi all'irresistibile richiamo di un gioco umile quanto si vuole ma sempre affascinante, continuano a fare la "sciucuratella" noncuranti degli strappi a calzoni e mutande e dei graffi dolorosi e profondi sulla carne viva.

Il campanile della chiesa, dotato di una scala di legno fatiscente e perfino mancante di qualche piolo, rappresenta un'altra fatale attrazione per i più piccoli e i meno grandi, che - malgrado la più volte sbandierata pericolosità - sull'ultimo ripiano formato da listelli qua e là scollegati - giocano interminabili partite a carte nelle quali non si vince mai niente e l'unica posta in palio è la piccola soddisfazione di ritenersi più bravi degli altri.

Il mese di maggio in onore alla Madonna, raffigurata sulla parete di sinistra con la scritta in latino "tota pulcra tu es Maria", è celebrato di mattina, alle sei, con la partecipazione di tantissimi parrocchiani e di molti fedeli provenienti dalle altre zone e rioni della città.

Il mese di giugno consacrato al Cuore di Gesù, invece, si svolge nel tardo pomeriggio con una presenza di devoti molto meno numerosa, destinata tuttavia a crescere nel periodo in cui si tiene l'abituale triduo, prima, e la festa di S. Giovanni Battista, ricadente il 24 giugno, poi.

Una festa questa senza tante pretese, nulla a che vedere con quella ricca e fastosa di S. Rocco, tuttavia, a suo modo, bella e divertente con la processione pomeridiana non molto lunga ma raccolta, ordinata e silenziosa; con i "faoni" accesi a sera e segnalati in più punti del paese da altissime colonne di fumo, che, anche a tarda notte, sospingono verso il cielo mille e mille faville di fuoco; con l'antichissimo rito di battere l'acqua al suono del "tocco" e quello sempre suggestivo e commovente di farsi, giù al fiume Liri, "compari di S. Giovanni"; con il palo insaponato della cuccagna, il gioco delle "pignate" piene per lo più d'acqua e cenere e di un solo premio in denaro da colpire ad occhi bendati con un enorme bastone, la superveloce e tradizionale gara degli spaghetti a mani legate dietro la schiena, il trionfo finale della "segnora" alta, imponente, rubiconda, bardata a festa con un magnifico vestito di carta dai cento colori, imbottita di petardi e di bengala, che scatenata nel vortice di balli senza sosta alla fine si esibisce nell'indiavolata, interminabile ballarella, puntuale preludio all'accensione dell'orlo basso della gonna, al propagarsi repentino delle fiamme, alla morte per fuoco che non ha nulla di crudele e che anzi raccoglie la calorosa ed entusiasta ovazione dei divertiti spettatori.

L'onda dei ricordi non troverebbe mai tregua, ma a che serve se la parrocchia di S. Giovanni Battista non c'è più e se la chiesa è lì sempre chiusa, triste e malinconica?

Qualcuno mi ha detto che Don Donato Piacentini, che adesso ne ha la cura e la gestione, abbia assunto l'impegno di procedere al restauro definitivo in tempi brevi. L'arciprete di S. Bartolomeo ha dimostrato di essere un vero fenomeno nel prendere iniziative coraggiose e difficili specie sotto l'aspetto economico.

Egli, tuttavia, non potrà fare tutto da solo.

Sta ai veri sorani ed in particolare a tutti coloro che, pur lontani, si sentono ancora e sempre figli di "Canceglie", far rivivere l'antico sentimento religioso e l'immutato amore affinché il vecchio tempio ritorni a vivere più bello di prima ed il Battista alto, gagliardo e mansueto come la pecora che gli sta a fianco, ritrovi finalmente il posto di riguardo che gli spetta, là nella nicchia centrale al di sopra del magnifico altare di marmo.


San Giovanni Battista

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