Sora Antica (La storia, la cultura, i personaggi e le tradizioni, le ricette e lemanifestazioni)


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Sora, ieri ed oggi

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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Sora, ieri e oggi:
usi, costumi, tradizioni, folklore.

Parlare della Sora di ieri può sembrare - non so se a pochi o a molti - una noiosa perdita di tempo o quanto meno del tutto inutile.

Almeno per me, non è così, non può essere così, non deve essere così!
Qualcuno dubita perfino che nella nostra Città esista ancora un centro storico, cioè una zona omogenea che presenti le caratteristiche, gli attributi, la conformazione che tale espressione, nel suo significato letterale, comporta e racchiude.

Basta saper guardare ai posti giusti e non dovrebbe essere difficile scorgere le vestigia di un mondo che fu, i resti di un passato che non vuole morire, la testimonianza di una realtà che se non attinse vette eccelse fu tuttavia piena di serenità, di fascino, di poesia.

Il centro storico, insomma, c'è, magari non è visibile per tutti ed a tutti.
Non sembri retorico, né patetico: per vedere il centro storico, per capirlo, per apprezzarlo, occorre una lente speciale, una chiave di lettura particolare: amore senza fine di figlio fedele e devoto.

Io ho la presunzione, anzi la certezza, per averne dato tante prove, di voler bene a Sora con tutte le mie forze, di sentire come nessuno altro la immensa fierezza di essere nato e cresciuto in questa bellissima città.

Si dice, sia pure a mezza bocca, che il centro storico di Sora è ormai privo di qualsiasi importanza e che, attualmente, non presenti notevoli motivi di interesse.

Tale assunto non risponde al vero e non va condiviso.

Mi attende, ora, un compito immane, per cui chiedo umilmente scusa se non riuscirò nell'intento di dimostrare come centro storico non sia soltanto un agglomerato di vecchie case destinato piano piano a dissolversi, a scomparire nel nulla e nell'oblio, ma che rappresenti anche un inestimabile patrimonio spirituale, storico, culturale.

Che cosa è il centro storico?

Che cosa ha rappresentato e rappresenta nella vita e nel divenire della nostra Città?

Centro storico non è un concetto statico, né sta ad indicare un luogo a sé stante, avulso da tutto ciò che esiste al di fuori del suo ideale ed indecifrabile perimetro, dovendosi considerare la rimanente parte della città sempre e comunque condizionata e legata ad esso al punto che senza di esso non sarebbe nata, né cresciuta.

Il centro storico, pur nella sua riconosciuta complessità e nelle sue inevitabili contraddizioni, sebbene soggetto ad un costante ed irreversibile depauperamento per l'incuria degli uomini, conserva, intatto e penetrante, il profumo di sentimenti via via sempre più rari, quali lo spirito di sacrificio, la solidarietà, l'amicizia, l'amore, il rispetto, la speranza, la fiducia, la serenità, che sbocciano spontaneamente e naturalmente là dove la miseria, i vicoli angusti e stretti, il freddo ed il buio delle case, la ingombrante vicinanza fisica di troppe persone avrebbero dovuto originare ben altre reazioni e conseguenze.
La stagione più attesa e gradita, allora, era l'estate.

La vita cambiava da così a cosi.

Si sudava molto, è vero, in compenso si mangiava di più e meglio. Le strade, invece che fango, producevano polvere, ma nessuno se ne lamentava più di tanto.

La natura offriva tutti i suoi frutti a piene mani.

L'abbondanza era sotto gli occhi di tutti, a portata di tutte le borse.
La fruttivendola, armata di un grosso "ciosciamosche", un robusto bastone alla cui cima venivano legate tante striscioline di carta ricavate da un vecchio giornale, combatteva la sua perenne e non sempre vittoriosa battaglia con le mosche, ostinate e testarde, e con le vespe meno numerose e tuttavia aggressive e più temute per via del pungiglione.


Mercatino di Via Cittadella



Nei negozi che più si rispettavano, non è che le mosche mancassero, capaci come sono di entrare a volo quando qualcuno indugiava come per un'involontaria dimenticanza, con la tenda semiaperta, oppure un "cuccione", inutilmente sgridato, giocava con la stessa "a strangulozza".

Per loro, le mosche, la sopravvivenza durava poco.

Un vecchio cartone, usato a guisa di paletta, le schiacciava inesorabilmente sui muri alla lunga arabescati e rossi di sangue, e, come se non bastasse, pendevano dal soffitto, insidiosi ed affascinanti, certi nastri color miele ricoperti di una sostanza appiccicosa sui quali le mosche, inconsapevoli e fameliche, si posavano e morivano dopo aver consumato invano ogni residua energia nel disperato tentativo di liberarsi.

Lungo il muraglione del Liri, alla "Rena", le "scife" facevano bella mostra di sé, perché c'era sempre qualcosa da esporre al sole.

A suo tempo si cominciava con la "stratta" di pomodoro che insieme ai raggi del sole assorbiva qualche grammo di polvere ed incamerava più di una mosca troppo audace.

Quand'era la stagione giusta, chi poteva permettersi un guardiano sicuro, quasi sempre il più vecchio della casa, esponeva fichi freschi per farne di secchi, oppure la "menaccia" di vino, i semi di melone e di zucca e, operazione un po' più complessa, "le scorze 'e melone" tagliate a forcina, infilate a cavallo di uno spago legato e teso sul davanzale delle finestre, fatte seccare e quindi fritte per uno spuntino gustoso e profumato.


... quando si portava a Sora la legna con gli asini



Dappertutto biancheria stesa al sole, non proprio di prima qualità e non troppo nuova, ma pulita, appena uscita dalla "ucata", profumata ed odorosa di cenere, elemento prezioso ed essenziale per via che non sempre era facile procurarsene per l'alto costo della legna, quella buona, sostituita sovente con il meno nobile carbone o addirittura con l'umile segatura.

Questa, la segatura, non serviva solo per essere sparsa in gran copia nei locali pubblici, nelle trattorie, dal barbiere, insomma negli ambienti molto frequentati dalla gente, al fine di eliminare il bagnato provocato dagli avventori nei giorni di pioggia, ma anche e soprattutto per cucinare e per riscaldare.

I grossi barattoli di latta, che avevano contenuto le aringhe salate, venivano trasformati in rudimentali stufe: una porticina in basso ritagliata a forma di quadrato, due tronchetti cilindrici, tanta segatura pigiata forte forte con le mani, un'accensione inizialmente lenta ed elaborata, quindi un costante aumento di calore in un silenzioso crepitio di faville che, a contatto con l'aria fredda, divenivano piccolissime scaglie nere destinate a ricadere un po' dappertutto e nella caldaia come ultimo e ben tollerato ingrediente allo scarso condimento dei cibi in cottura.

Nelle strade polverose il pericolo più grande consisteva nel passaggio delle carrozze, unico mezzo di locomozione, di trasporto e di diporto.

Il cavallo, ancor più degli asini e dei muli, costituiva un'attrazione a sé e soddisfaceva le esigenze ed i gusti di tutti, piccoli e grandi.

"I cavalli di Bamò" rappresentavano uno spettacolo affascinante, allorché attaccati al landò nero del nobile ricco padrone procedevano al piccolo trotto cadenzato dal festoso rumore degli zoccoli, che tutti i bambini imitavano, schioccando la lingua, nella compiaciuta ammirazione dei genitori.

I cavalli bianchi, contati e ricontati con un curioso rituale attuato con entrambe le mani, una volta raggiunto e superato un certo numero, provocavano immancabilmente un sogno rivelatore di un tesoro nascosto o di una grossa fortuna.

I cavalli producevano anche altre utilità, contribuivano, a modo loro, a rendere più fertili i campi.

Sporcavano le strade, liberandosi senza ritegno del superfluo e facendo i loro bisogni senza preavviso, ma i mucchiettini fumanti resistevano ben poco, poiché i ragazzi della campagna, armati di una palettina costruita con una bacchetta alla cui estremità tagliata proprio nel mezzo veniva chiodato un coperchio di latta staccato da un barattolo, veloci come scoiattoli, magari dopo essersi scambiati pugni e calci, raccoglievano il prezioso concime lanciandolo con incredibile precisione nel canestro tenuto in bilico sulla testa rapata a zero o sul carrozzone, basso e largo, tirato con uno spago e munito di quattro ruote ormai dimentiche di essere state rotonde.

Fede e superstizione convivevano in completa simbiosi, così semplicemente senza che l'una tentasse di sopravanzare l'altra, e, dietro i portoni, si perpetuava il felice connubio tra il Crocifisso, la Madonna, i Santi ed il ferro di cavallo, le corna.. quelle vere, il sacchetto pieno di sale e chissà quanti altri misteriosi amuleti.

Dalle malattie non sempre si guariva grazie ai pochi, bravissimi, tuttofare medici di allora, né si credeva molto alle medicine, potendo ben supplire ad ogni e qualsiasi indisposizione una bella purga di olio di ricino, e, assai spesso, la fattucchiera che "incantava i vermi", toglieva il malocchio lasciando cadere l'olio in un piatto colmo d'acqua, raddrizzava e rimetteva in sesto gli arti slogati, consigliava gli"impiastri di sementa di lino", ordinava l'imposizione della "chiarata sbattuta del bianco d'uovo", i pediluvi di aceto, gli inserti di agli da mettere intorno al collo, nonché svariatissimi infusi preparati in gran segretezza.

In molti, poi, era radicata la convinzione che il non poter mangiare a sazietà fosse causa determinante della cattiva salute. Forse non avevano tutti i torti.
La carne era preziosa quanto l'oro e nessuno sapeva capacitarsi di come le mamme riuscissero a preparare un enorme polpettone nel quale il pane la faceva da padrone assoluto.

Le donne incinte, avvenimento che si ripeteva con una certa frequenza, aspettavano ansiose il parto, ben sapendo che non sarebbe mancata la gallina in brodo immancabilmente procurata a costo di qualsiasi sacrificio.
Gli uomini, non potendo godere di tale privilegio, si ripagavano con il pollo, allevato con cura e finalmente gustato a giorno fisso, all'Assunta o a San Rocco, con scientifico accanimento, indifferenti alle puntuali rimostranze di cani e gatti, nella malinconica certezza che il miracolo non si sarebbe ripetuto per due giorni di seguito.

Tutta la famiglia riservava particolari attenzioni e severissima sorveglianza al tacchino, comprato piccolo alla Fiera dell'otto settembre, a Valleradice, ed in tal modo badava che ingrassasse il più possibile ed evitava che, a Natale, facesse bella mostra di sé sulla tavola di qualcuno reso audace e lesto di mani da una fame atavica mal sopportata.

La ciambella, bionda, croccante, profumata era buona in tutte le stagioni, a differenza dei "calascioni" e delle pigne che, solo a Pasqua, preparate in casa con certosina pazienza e tantissimi ingredienti, facevano impazzire le donne per ogni minimo ritardo, per certe umilianti sorprese, per qualche doloroso, improvviso capriccio nel lievitare del l'impasto, del che discutevano a lungo le comari fingendo maliziosamente un grande cordoglio.


Vecchia foto con la Fiera dell'8 settembre


A sera le strade erano buie o scarsissimamente illuminate.

Solo i malandrini ed i senza famiglia si attardavano nelle cantine piene di fumo, uscivano all'aperto cantando a squarciagola e bagnavano i muri delle case, traballanti di sonno e di vino.

Di notte, poi, si sbarravano porte e finestre e solo in caso di estrema necessità si metteva il piede fuori di casa non tanto per evitare brutti incontri con qualche male intenzionato quanto per non imbattersi con gli spiriti, sempre presenti in ogni angolo di strada, come la "pantasma'' regina dei vicoli, la estiva "sauta sbirra", le anime del purgatorio perennemente in giro, il malizioso "babbaceglie", il multiforme diavolo, il terribile "iupepenare" incontrastato signore delle fredde e ventose notti di luna piena, qualche solitario e vendicativo defunto al quale, in vita, s'era fatta una cattiva azione.

Di giorno la paura scompariva, come d'incanto e tutto continuava come prima.
Nelle case umide, fredde e poco illuminate, tenute pulite ed in ordine dalle mamme e dalle sorelle, ci si stava ben poco.

I vicoli, le piazzette, le strade erano il luogo preferito ove la vita si svolgeva per intero e scorreva placida e serena, malgrado qualche lite di troppo, il modo di parlare a tutto volume, il chiassoso ed inarrestabile via vai dei "cuccioni" eternamente impegnati in mille giochi geniali e sempre diversi, il rumore incessante degli arnesi di lavoro degli artigiani.

Il canto delle donne, inginocchiate a lavare i panni lungo la riva del Liri, si spandeva intorno allegro e giocando, divenendo talvolta corale esplosione di gioia e festoso inno alla vita, oppure stornello a dispetto e misterioso messaggio d'amore.

Il centro storico, è bene puntualizzarlo, non era e non è solo ed unicamente "Canceglie", sebbene non possa prescindersi da questo glorioso rione che, allora, come già ho avuto modo di scrivere e che adesso mi piace ripetere, era la vera Sora, quasi un paese a sé, cittadella temuta e rispettata, fucina di artigiani impareggiabili, centro propulsore di ogni manifestazione artistica e culturale.

Avviandomi alla conclusione non mi sembra azzardato sottolineare come, il centro storico sia anche fugace e languida memoria dell'infanzia felice e spensierata, struggente nostalgia della prima giovinezza vissuta senza false illusioni e velleitarie ambizioni, votata al quotidiano sacrificio di un lavoro tanto duro e sudato, quanto pulito ed onesto.

Non ho la pretesa di aver detto tutto quello che c'era da dire.
L'iniziativa che ho presa è senza dubbio un piccolo atto di amore per la nostra Città e vuole essere pure un grande atto di fede nei nostri concittadini.
Mi auguro che essi sappiano fare più e meglio di me.

Parlare, sia pure in modo sintetico e necessariamente frammentario, della Sora di ieri, ha acceso nuove speranze.

La Sora di oggi voglia farne tesoro, riceverne stimolo e tradurle in certezza.


"All'arena"

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