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Trebbelate

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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Trebbelate

Nacque, visse e morì sotto il segno della povertà, della fame cronica e delle disgrazie a catena.

La gente di «Cancéglie», non si sa in quale preciso momento, cominciò ad ignorare le sue vere generalità e gli appiccicò addosso, come un'etichetta indelebile, quel geniale soprannome, «Trebbelate», che da solo - assai meglio di centomila parole, forse anche di un bel libro intero - riusciva a dare, in fulminea sintesi, il film completo della sua sventurata esistenza fatta solo di bassi e mai di alti.

Lui stesso non si mostrava offeso più di tanto per quel nomignolo e, con l'andar degli anni, ci si era abituato al punto di non voltarsi nemmeno se qualcuno, per sbaglio, lo chiamava con nome e cognome.

Quando si apriva alle confidenze con la prima persona che gli capitava a tiro, si compiaceva di definirsi una specie di calamita vivente capace di attirare anche i guai spettanti agli altri, e proclamava argutamente di essere in attesa del vento giusto, quello della buona fortuna, che fino ad allora non aveva giammai preso a soffiare, né forte né piano, nella parte bassa della sua schiena, malgrado si fosse girato e rigirato e perfino messo, mille volte e per molte ore, nella posizione ritenuta più idonea, cioè a guisa di pecora.

Non si racchiuse mai in se stesso a covare i ricorrenti malanni tanto da apparire a tutti un disgraziato simpatico e... allegro.

Non potendo evitare le tribolazioni si era ingegnato a trovare un antidoto al veleno dell'avvilimento ed ogni legittima tentazione di reagire alla malasorte non diveniva in nessun caso aperta insofferenza o ribellione violenta.
Prova e riprova, alla lunga, aveva inventato un sistema originale ed infallibile per tirare a campare alla meno e peggio.

In tutti i tristi avvenimenti della vita imparò a cogliere a volo l'aspetto comico e non c'era vicenda, anche la più tragica e dolori che non riuscisse a trasformare in farsa.

Non rideva che in rarissime occasioni, eppure nell'intimo si divertiva un mondo a canzonare e punzecchiare, a modo suo, tutti gli uomini, specie quelli più superbi, vanitosi e saccenti.

Con i «cuccioni» filava d'amore e d'accordo, perché questi lo stimavano un vero «artista» ed anzi in tutta segretezza si dannavano l'anima pur di imitarne gli atteggiamenti e le gesta più famose.

«Trebbelate» aveva il temperamento e la vocazione dell'attore nato.
Recitava sempre a soggetto, inventando ogni volta una parte nuova, ispirata a fatti ed eventi, piccoli e grandi, della realtà quotidiana.

Il suo palcoscenico preferito erano la strada, le piazze, i vicoli.

Gli spettatori, poi, non mancavano davvero senza distinzione di sesso, di età, di classe sociale.

Le sue esibizioni, tanto imprevedibili quanto divertenti, erano del tutto gratuite, salvo gradire, solo per non offendere, un bicchierino di anice forte che, a suo dire, gli faceva piuttosto male... quando era poco!

Si racconta, però, che alcuni scanzonati buontemponi del tempo gli offrissero di nascosto piccoli «rimborsi spese» affinché, così, senza parere, inventasse qualcosa per introdurre una nota comica in cerimonie troppo solenni o preparasse singolari, gustosi scherzi alle autorità più in vista dell'epoca note più per l'orgoglio smodato che per le effettive capacità personali.

«Trebbelate» coltivava in cuor suo un'inconfessata vanità di «divo».

Non concedeva, per nessuna ragione al mondo, il bis.

Per esprimere in pieno tutto il suo nascosto, genuino talento aveva bisogno di un teatro vivo, palpitante, spazioso; pretendeva una scenografia varia, mutevole, piena di colore ed in continuo movimento; sceglieva comparse occasionali e spontanee quali i «cuccioni», le popolane, gli sfaccendati, i venditori ambulanti.

In fondo non aveva faticato gran che per esaudire tale desiderio. Si era guardato intorno ed aveva scoperto che il mercato della domenica ed ancor più quello del giovedì, a Sora, bastavano ed avanzavano per le sue pur non modeste esigenze.

Allora, ogni giovedì, immancabilmente, alla presenza di una folta schiera di fedelissimi sparsi nei punti più strategici e mimetizzati fra la folla, trovava a colpo d'occhio il posto giusto, apriva con ampio gesto delle braccia un immaginario sipario e, quindi, dava inizio alla rappresentazione estemporanea e... sofferta.

Una volta la fiera di Santa Restituta gli offrì lo spunto per un pezzo di bravura rimasto celebre e passato nella storia del «teatro popolare» sorano con un titolo immortale: «La jettàta 'e Trebbelate».

Indossò l'abito «buono» della festa (l'unico che possedeva) e imitando il modo di camminare dei «signori», con passo lento, morbido, appena appena incerto, fece il suo ingresso al Parco Loffredo, spostandosi, poi, verso il Lungoliri, là dove i «pignatari» lungo i marciapiedi e su gran parte della strada, avevano messo in bella mostra un'infinita, variatissima gamma di terraglie di un bel marroncino dalle mille sfumature.

«Trebbelate» osservò con attenzione meticolosa una «cannata» alta
e panciuta, rifiutò con un cortese sorriso un tegame largo, basso e munito di coperchio, «ottimo per preparare il sugo e lo spezzatino», contò e ricontò i salvadanai in fila come soldati, guardò dentro i vasi più grandi come a cercar qualcosa, disprezzò -tappandosi inorridito le orecchie- i fischietti a forma di uccello, carezzò con tocco delicato delle dita la linea slanciata delle anfore, chiese una «pignatta per fagioli» di tali misure e forma da sbalordire i presenti. Infine, proprio mentre si congratulava, da intenditore, con i«pignatari» per la riconosciuta maestria «nell'appiccicare i manichi dove più gli faceva comodo», si portò furtivamente una mano alla bocca e cadde pesantemente a terra.

Un tremito irrefrenabile gli scosse tutto il corpo.

Le palpebre rosse e sanguigne, arrovesciate ad arte verso l'alto, lasciarono scoperti due occhi spenti ed orribilmente strabici.

Un'abbondante schiuma bianca prese a sgorgare dalle labbra semiaperte, intanto che le braccia e le gambe, senza alcun controllo, cominciarono a muoversi scompostamente facendo scempio e strage con incredibile precisione di ogni sorta di recipienti di terracotta.

I«pignatari», colti di sorpresa, impietositi e preoccupati, supponendolo in preda al «male di S. Donato», si precipitarono in suo aiuto e, per tutta ricompensa, ad eccezione di uno che gli aveva gettato in gola un mezzo bicchiere di liquore, si buscarono negli stinchi certi calci da far vedere le stelle e sulla faccia certi ceffoni da togliere il respiro.

Nel frattempo la gente intorno, consapevole e divertita per la prodigiosa finzione, creava a bella posta una rumorosa confusione per... favorire la fuga, e qualcuno addirittura piangeva a piene lacrime... per il gran ridere abilmente mascherato.

Finalmente due anime buone intervennero rialzando a fatica lo sventurato e piano piano, in un crescendo di gemiti strazianti, lo trascinarono lontano, ripetendo ad ogni passo: «è quasi morto, fate largo! è un povero epilettico, chiamate un medico! gli succede spesso, all'Ospedale! ».

«Trebbelate» man mano che la distanza gli dava sicurezza dell'immunità, volgeva indietro uno sguardo curioso per osservare il capolavoro compiuto, imprecava al citrato che uscendo di bocca gli aveva rovinato l'abito «nuovo», godeva per l'effetto prodotto sui «pignatari» impietriti come statue dibattuti tra l'iniziale pietà e la crescente angustia, mista ad un vago senso di incredulità, per i gravi danni che nessuno mai avrebbe risarcito.

Scongiurato il pericolo di ogni possibile rappresaglia, si sciolse dalla stretta eccessiva dei due accompagnatori e con la scusa di pulirsi il vestito, si chinò a raccogliere l'ennesimo, caloroso applauso dei sostenitori vecchi e nuovi, disegnò nell'aria l'abituale gesto come a chiudere il sipario e con voce solenne declamò: «jate a fa... tià, la commedia è finita! ».


La collina di San Casto

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