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Truècchia

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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Truècchia

C'era una volta., non molti anni fa, nella nostra città, una casa, forse unica al mondo, che si chiamava «Truècchia».

A vederla così vecchia, austera, maestosa, molti, se non proprio tutti, immaginavano che non fosse mai stata nuova, che non avesse età né padrone, patrimonio di tutti e di nessuno, imponente monumento al buon gusto di un tempo.

Appollaiata sopra uno sperone di roccia, declinante in ripida pendenza fin quasi a lambire il Liri, «Truècchia» svettava splendida e dignitosa alle spalle di «Cancéglie», emergeva dal mare di case come antica nave romana, biblica arca di Noè, piccola acropoli greca.


Truecchia


Una struttura possente, massiccia, sicura, di forma rettangolare, con due ingressi aperti ai due lati minori: quello principale con un magnifico portale in pietra viva sovrastato da uno stemma di Sora, a guardare, in felice prospettiva, a ventaglio, la zona che si stendeva dal vecchio, glorioso Ponte di Ferro, al viale della Stazione, al Ponte di Napoli; quello secondario, rivolto verso la montagna, che tuttavia consentiva una parziale ma suggestiva visione, a sinistra, dell'Orto Baronio, di uno spicchio di Liri, delle Chiese di San Silvestro e San Giovanni, dirimpetto, della Chiesetta di Sant'Antonio Abate, a destra, del campanile di San Francesco e, più lontano, di quello della Cattedrale.

Davanti, una bella scalinata comoda che partiva quasi dal Corso ed in due o tre tornanti portava su; dietro, un segreto accesso, una disagevole, erta scorciatoia inventata dai «cuccioni», che ne facevano uso esclusivo, arrampicandosi mani e piedi svelti come scoiattoli.

Dentro, un corridoio lunghissimo, che tagliava tutta la casa in due, preciso nel mezzo: a destra ed a sinistra, una lunga fila di stanze belle, ariose, illuminate da grandi finestre affaccianti sulla roccia viva a strapiombo su Via Cittadella e su Piazza Ortara.

In una sala più grande delle altre, mimetizzata da una porta, una graziosa cappellina con un piccolo altare e l'immagine sbiadita ed irriconoscibile di chissà quale santo.

In un'altra più piccola, come tutti andavano ripetendo senza averle mai viste, tante preziose, antichissime armi in bella mostra sui muri, in passato oggetto di meraviglia e di invidia per i visitatori, poi preda e appannaggio di sconosciuti rapinatori ai quali, di tanto in tanto, la fantasia popolare attribuiva generalità precise, ma sempre diverse.

Una voce di popolo, tramandata di padre in figlio, alimentava, in cento versioni contrastanti, la suggestiva leggenda di un tesoro nascosto in un cunicolo sotterraneo, rimasto segreto ed introvabile, malgrado minuziose e faticose ricerche effettuate anche con l'ausilio di indovini famosi e di parole magiche... infallibili.

Oggi, «Truècchia» non c'è più, travolta dal progresso, vittima dell'ambizione e dell'orgoglio umani.

«Truècchia», però non è morta, né morirà mai, almeno nel mio cuore ed in quello di tanti compagni della prima fanciullezza.

Se chiudo gli occhi la vedo ancora, affascinante e bella in tutte le stagioni, sotto le raffiche della tramontana, nella gloria del sole, ammantata di neve, sferzata dalla pioggia.

I«cuccioni», piccole orde di «barbari» rinsanguate puntualmente da nuove leve, chissà quante volte l'avevano saccheggiata, così per gioco, eppure stava sempre lì, serena, senza rancore, sopportando tutto come una buona mamma e sfogandosi qualche volta con «Sant'Antóne», il fedele dirimpettaio, pacioccone e bonario col quale aveva costituito un eterno gemellaggio.

Si specchiavano l'una nell'altro, contenti di stare insieme come fratello e sorella, ben piantati sulla stessa roccia.

Niente sembrava turbarli, neanche il taglio della montagna che prima li teneva più uniti, perché in fondo potevano ancora guardarsi e, certamente, continuare a parlarsi nelle lunghe, calde notti estive. Insieme rappresentavano tante cose, sentinelle vigili, custodi gelosi dei segreti di tutta una città, punti fermi nel ricordo struggente di tanti emigrati, poli irresistibili di attrazione di tutti quelli che, tornando a Sora, dopo assenze lunghe o brevi, alzavano subito gli occhi a guardarli con un fremito di commozione e di gioia per i due vecchi amici ritrovati.

Quanti sogni lassù!

«Truècchia» era una specie di infallibile segna-tempo nella vita dei «cuccioni» di cui sottolineava in modo singolare le tappe più importanti.

Quando i «utteri», così all'improvviso, avvertivano prepotente l'impulso di inerpicarsi fin lassù, disobbedendo agli ossessivi ordini materni e soffocando, nell'esaltazione del momento, ancestrali misteriosi timori, ciò significava che era giunta l'ora di abbandonare certi innocenti, insignificanti giochi per andare alla scoperta di nuove avventure.

La magica attrazione di «Truècchia» prendeva tutti e durava parecchi anni, perché ogni giorno c'era qualcosa di nuovo da scoprire, una diavoleria in più da mettere in atto.

Un bel giorno, poi, «Truècchia» inconsciamente perdeva interesse come terra di conquista... nasceva la tentazione, dapprima sempre repressa e vinta, di scendere la scalinata grande, quella che conduceva nell'inesplorato mondo gravitante intorno al Corso... e questo era il segnale del trapasso dell'infanzia alle soglie della giovinezza.

In certi ambienti di «Cancéglie» si racconta che, una volta, proprio quando «Truècchia» era stata rimessa a nuovo come per abitarci, un celebre «cuccione», suggestionato dalla fantastica idea di fabbricare un barca vera da usare sul Liri, con il concorso entusiasta di un inseparabile amico, smantellò in pochi giorni tutti i soffitti dell'intero fabbricato, trasportando furtivamente diecine e diecine di tavoloni nella casa, trasformata in cantiere, di un compagno più grande, che taglia e ritaglia, sega e risega, finì, come del resto era nelle sue inconfessate intenzioni, col destinare la legna al suo povero e spoglio camino, dopo aver distrutto, palesemente insoddisfatto, una sorta di scatola lunga poco più di mezzo metro, che sfacciatamente si ostinava a definire un sommergibile.

Fallito il primo tentativo, il fecondo «genio navale» suggerì di tagliare un magnifico albero di «géggeri» per farne una canoa, ma il tronco enorme, trasportato con immani sforzi e con pericolo di vita di un passante, allorché fu lasciato cadere dall'alto della montagna spaccata, con la scusa della necessaria stagionatura, servì prima come sedile e, di lì a poco, subì la medesima sorte di tavoloni.

Come potrò mai dimenticarti, mia adorata «Truècchia», casa incantata dove ho trascorso i giorni più belli della mia vita?

Una notte ho sognato che eri volata in cielo, legata e sospesa ai fili di tutte le «camete» sul tuo accogliente costone «annariate» da tutti i «cuccioni» di ogni tempo.

Qualche volta dubito che sia stato un sogno, perché guardando là dov'eri, senza volerlo, invece del nuovo, pretenzioso fabbricato, deliberatamente ignorato all'insegna di una protesta tanto ostinata quanto platonica, continuo a vedere, per un'irrefrenabile spontanea illusione ottica, soltanto te, più bella che mai anche se un po' triste e pensosa.

Addio «Truècchia», misterioso maniero di spiriti, castello di avventure costruite sulle ali della fantasia, aspirazione perenne di tanti poveri innamorati alla disperata ricerca di un nido d'amore!

Addio, nobile magione, ispirazione di poeti, rifugio sicuro per i «fuggiaschi» in lite con la famiglia, paziente testimone di mille incruenti «guerre», «casa da gioco» per minorenni eternamente al verde!

Addio, vecchia signora, confidente segreta di tante generazioni di «cuccioni», spettatrice impassibile di geniali «pazzie», simbolo di una epoca felice e spensierata, vessillo di libertà, sacrario dei ricordi, delle speranze, delle illusioni di un'età che non ritorna più!


Chiesetta di sant'Antonio Abate

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