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Un atto di fede

C'era una volta > C'era una volta... a Sora - D. Di Passio

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Domenico Di Passio
C' era una volta... a Sora

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Un atto di fede
Una testimonianza d'amore
Un'opera d'arte

Praepositus Vincentius Marciano voluit
- Populus fecit -
Thomas Gismondi sculpsit.



La storia delle porte di S. Restituta è tutta racchiusa in queste tre frasi brevi e semplicissime alle quali soltanto l'uso del latino sembra dare una risonanza più marcata e solenne o magari quel tanto di suggestivo, di affascinante e perfino di misterioso che promana sempre dalla lingua degli antichi romani.

Tre epigrafi modeste, incise volutamente -quasi nascoste- nei riquadri estremi delle due porte laterali.

Tre iscrizioni succinte che tuttavia testimoniano, in rapida, eloquente sintesi, la ferrea ostinata fervida volontà di un sacerdote, la innata generosità ed il concreto spirito partecipativo di un popolo, il tormento e la gioia di un artista.

Chi scrive non ha la presunzione di ritenersi un intenditore d'arte, né intende addossarsi il delicato compito di controbattere certe generiche «critiche» sussurrate, più che enunciate, qua e là, né si prefigge il facile scopo di elogiare indiscriminatamente tutto e tutti.


Chiesa S. Restituta



L'autore di queste note, insomma, desidera farsi interprete rigoroso delle reazioni dell'uomo della strada, vuole registrare fedelmente lo stato d'animo della gente, mira a scoprire anche -in chiave religiosa- l'intensità dei sentimenti allorché avviene l'impatto con la nuova realtà artistica creata e voluta proprio nella piazza più bella posta nel cuore della nostra città.

Le porte in bronzo di S. Restituta, anche a voler prescindere da ogni valutazione estetica, costituiscono di per sé un avvenimento eccezionale, un fatto storico, un evento che da solo basta a caratterizzare un'epoca.

Nessuno contesta tale realtà e tutti, a pensarci bene, finiscono per concordare che, in fondo, la piazza e ancora più la stessa chiesa ci «guadagnano» molto sotto ogni aspetto.

In questi ultimi giorni, più volte ed in tutta segretezza, ho spiato chiunque, da solo o in compagnia, si sia fermato ad ammirare la monumentale opera.
La prima impressione, generalmente, è più che positiva.

Sui volti delle persone - che per istinto o come per tacito accordo scelgono inizialmente punti di osservazione a distanza più o meno ravvicinata - si nota un'attenzione assorta, totale, accigliata, severa.

La maestosità, l'imponenza, l'ampio respiro del trittico non tardano ad avvincere un po' tutti, mentre prende corpo la convinzione di trovarsi al cospetto di una vera, autentica opera d'arte.

Lo stesso colore del bronzo con le sue mille sfumature, con le sue calde tonalità, con i suoi cangianti riflessi nel variare della luce e delle condizioni atmosferiche, suscita una sorta di soddisfatta ammirazione, un indefinibile ma acutissimo senso di piacere.

Una volta esaurita la fase della visione panoramica, inizia la lenta manovra di avvicinamento e lo sguardo, curioso ed avido, si apre ed indugia nella minuziosa ricerca del particolare, nell'attento studio del dettaglio.

La tentazione di toccare con mano, allora, diviene forte, irresistibile.
Le dita scorrono lentamente e sembrano quasi carezzare, fin dove è possibile, le singole figure, le tante chiese, le più significative allegorie.

Alla fine il commento più ricorrente è uno solo: «le porte sono proprio belle! »
Stupore, ammirazione, soddisfazione, gratitudine ed insieme una palese fierezza, un legittimo orgoglio per l'opera che arricchisce il patrimonio artistico della nostra città.

Curiosità puntigliosa di leggere e scoprire il significato, il riferimento, l'allegoria dei trentacinque pannelli; desiderio generale di conoscere i tempi di realizzazione dell'opera e la particolare tecnica usata; richiesta costante di notizie sulla vita e sulla produzione dello scultore Gismondi.

Sulla bocca di tutti, infine, una conclusione tanto unanimemente solidale con chi opera e fa quanto argutamente sferzante con chi parla soltanto: «don Vincenzo l'ha detto e l'ha fatto! Chi vuol parlare, che parli!... Le parole passano e... le porte di S. Restituta restano a testimoniare non solo il grande amore di un pastore per la sua chiesa, ma anche la sua incondizionata fiducia nel generoso popolo sorano».


Particolare delle tre porte d'ingresso

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